Travolse e uccise il ladro che le rubò la borsa: 18 anni per Cinzia Dal Pino

Le motivazioni della Corte d’Assise di Lucca ricostruiscono gli ultimi istanti di vita di Noureddine Mezgui, investito tre volte e poi trascinato dall’auto della donna.

Lucca – Anche dopo il terzo investimento, con l’uomo ormai esanime e incapace di muoversi, l’auto ne trascinò il corpo per circa un metro. È uno dei passaggi più duri delle 52 pagine di motivazioni con cui la Corte d’Assise di Lucca, presieduta dalla giudice Nidia Genovese, ha spiegato la condanna a 18 anni per Cinzia Dal Pino, l’imprenditrice balneare 66enne responsabile della morte del 52enne, ucciso l’8 settembre 2024 in via Coppino, a Viareggio. Per i giudici quella manovra rivela una condotta punitiva o, quantomeno, la piena accettazione del rischio di un esito mortale pur di riprendere possesso della refurtiva.

A rendere ancora più pesante la posizione dell’imputata, secondo la Corte, è quanto accaduto subito dopo: Dal Pino si allontanò dal luogo dell’investimento senza chiamare soccorsi né forze dell’ordine, facendo rientro a casa. Mezgui, che le aveva sottratto la borsa poco prima, morì in ospedale circa novanta minuti dopo, per una lesione all’aorta.

Quella lesione, ricostruita grazie alle immagini delle telecamere di videosorveglianza, risale al primo dei tre investimenti accertati: la donna, alla guida del proprio Suv Mercedes, inseguì l’uomo cambiando più volte direzione pur di colpirlo, fino a schiacciarlo contro la vetrina di un negozio e una colonnina. Un elemento, quello dei cambi di traiettoria, che per i giudici testimonia la volontà precisa di raggiungere il bersaglio. Non ha invece trovato riscontro la versione difensiva secondo cui la vittima avrebbe impugnato un coltello.

Prima di arrivare al verdetto, la Corte si è soffermata sulla capacità di intendere e di volere di Dal Pino, confermata pienamente dai periti nominati dal tribunale: le emozioni legate all’aggressione subita, si legge nelle motivazioni, hanno influito sulla dinamica dei fatti ma non possono essere equiparate a un’infermità.

Sulla base di questa ricostruzione, il collegio ha riconosciuto la responsabilità per omicidio volontario – definendo la condotta della donna guidata da “lucidità e consapevolezza” e da una “giustizia privata estranea al nostro ordinamento” – ma ha scelto di escludere le aggravanti della crudeltà e dei futili motivi.