Omicidio Chindamo: otto nuovi indagati e reperti riesaminati dal Ris

Le analisi scientifiche disposte dalla Procura partiranno il 14 e il 21 settembre a Messina, mentre a Catanzaro prosegue il processo a carico di Salvatore Ascone.

Limbaldi – A dieci anni dalla scomparsa di Maria Chindamo, la Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro riapre l’accertamento sui reperti raccolti nel corso delle indagini, affidando ai laboratori del Ris di Messina nuove analisi biologiche e dattiloscopiche. Le operazioni, disposte dalla Pm Annamaria Frustaci, prenderanno il via il 14 e il 21 settembre e riguarderanno alcuni degli oggetti sequestrati sin dai primi mesi successivi alla scomparsa dell’imprenditrice di Laureana di Borrello.

Contestualmente, la Procura ha notificato otto informazioni di garanzia. Gli indagati sono Giovanni Capone, Vincenzo e Francesco Arceri, Tommaso e Antonino Biondo, il cittadino bulgaro Sasho Emilov Dimitrov, Davide Errigo e il rumeno Laurenthiu Georghe Nicolae; tra loro figurano anche alcuni parenti del marito di Maria, morto suicida nel 2015. Le ipotesi di reato contestate, a vario titolo, sono l’omicidio aggravato dalla premeditazione e dal metodo mafioso, nonché la distruzione e l’occultamento del cadavere.

Maria Chindamo

I reperti destinati ai nuovi esami raccontano da soli la brutalità con cui, secondo l’accusa, sarebbero stati cancellati i resti della donna: una fresa agricola con tracce ematiche sulla lama, un Mitsubishi Pajero con macchie di sangue sui sedili, un paio di scarpe sportive rinvenute nell’abitazione rurale della vittima e due mozziconi di sigaretta il cui dna era già stato attribuito a Dimitrov. Restano inoltre sotto sequestro la Dacia Duster di Maria, una cintura di cuoio spezzata emersa durante gli scavi del 2016 e una Fiat Cinquecento sequestrata lo scorso dicembre.

Questo nuovo filone investigativo corre parallelo al processo già aperto a Catanzaro nei confronti di Salvatore Ascone, sessant’anni, accusato di aver concorso alla pianificazione e all’esecuzione dell’omicidio insieme all’ex suocero della vittima, Vincenzo Punturiero, deceduto prima di poter essere giudicato. Secondo l’accusa, Punturiero avrebbe commissionato il delitto attribuendo a Maria la responsabilità del suicidio del figlio, avvenuto a seguito della separazione tra i due; ad Ascone viene invece contestato un interesse diretto, quale referente della cosca Mancuso, nell’acquisizione di un terreno appartenuto all’imprenditrice.

Tutto ha origine la mattina del 6 maggio 2016, quando Maria, quarantaquattro anni, sparisce davanti al cancello della sua azienda agricola di Limbadi, in provincia di Vibo Valentia. Della donna non si è mai più trovata traccia: la sua auto viene ritrovata con il motore acceso e tracce di sangue, mentre gli inquirenti ritengono che il corpo sia stato fatto sparire dandolo in pasto ai maiali e distruggendone i resti con la fresa di un trattore.

L’auto di Maria Chindamo

Il fratello Vincenzo non ha mai smesso di cercare risposte, portando avanti negli anni un impegno costante nelle aule giudiziarie e sul territorio calabrese. Il dibattimento a carico di Ascone, iniziato nel marzo 2024, procede tuttavia con estrema lentezza: dei circa cinquanta testimoni previsti, finora ne sono stati ascoltati solo pochi. Tra loro figura il carabiniere che guidò le prime fasi delle indagini e alcuni collaboratori di giustizia che hanno fornito dettagli agghiaccianti sulla sorte dell’imprenditrice.

La vicenda di Maria Chindamo è diventata negli anni il simbolo di una donna che aveva scelto di opporsi alle logiche del controllo mafioso e patriarcale, pagando con la vita la propria volontà di libertà. Ogni anno scuole e associazioni la ricordano attraverso il progetto “Illuminiamo noi le terre di Maria”, mentre l’azienda agricola che le apparteneva è stata affidata al Consorzio Goel, sottratta così alle mire della criminalità organizzata; a Limbadi, una strada porterà presto il suo nome.

Per Vincenzo e per i tre figli di Maria, Letizia, Federica e Vincenzino, questi riconoscimenti non bastano senza una sentenza che stabilisca in via definitiva la verità su quanto accaduto quella mattina di maggio. La famiglia prosegue la propria battaglia civile con il sostegno dell’associazione Libera, di Penelope Italia e di numerose realtà del territorio, nella speranza che i nuovi accertamenti scientifici possano finalmente offrire risposte concrete a un caso che dura da un decennio.