L’ultima notte di Tommy

Dall’inganno del cantiere al tragico epilogo sulle rive dell’Enza: storia del sequestro Onofri e delle sue ferite mai rimarginate.

Parma – Mario Alessi ha quarantaquattro anni e un’idea fissa in testa. Durante i lavori di ristrutturazione del casolare di Casalbaroncolo, piccola frazione del Parmense, ha sentito dal capomastro Pasquale Barbera che il proprietario, Paolo Onofri, funzionario delle Poste, ha mostrato una somma considerevole ricevuta in eredità. Da quel dettaglio nasce una convinzione tanto semplice quanto fatale: quella famiglia ha i soldi.

Nasce un piano costruito sul nulla, che Alessi porta avanti coinvolgendo Salvatore Raimondi, ventisette anni, ex pugile con precedenti penali, attratto dalla promessa di una parte del bottino, e la compagna di Raimondi, Antonella Conserva, incaricata di aspettare i due complici in auto e di sorvegliare il bambino.

Salvatore Raimondi

È la sera del 2 marzo 2006 quando il piano si mette in moto. Gli Onofri, trasferitisi in quella casa rurale solo pochi mesi prima, sono a tavola: Paolo, la moglie Paola, il figlio Sebastiano di otto anni e il piccolo Tommaso, 17 mesi, epilettico. Un blackout improvviso spinge Paolo in cortile a controllare il contatore, dove trova due uomini armati e mascherati. In pochi minuti la famiglia viene legata con il nastro adesivo, i rapitori lasciano centocinquanta euro in contanti, e quando i coniugi riescono a liberarsi, il seggiolone di Tommaso è vuoto.

Da quel momento il Paese si stringe attorno a quella storia. I genitori lanciano appelli disperati, spiegando che il bambino ha bisogno del Tegretol, il farmaco antiepilettico che chiama “il mommo”, da somministrare due volte al giorno con dosi precise. Arrivano le parole di Papa Benedetto XVI, la vicinanza di Franca Ciampi, fiaccolate, comitati spontanei, un appello persino dal palco di Sanremo. Ma dal fronte dei rapitori non arriva nulla: nessuna trattativa, nessuna richiesta credibile. Un silenzio che agli inquirenti appare subito anomalo.

Le indagini, coordinate dai sostituti procuratori Lucia Musti e Silverio Piro con un fascicolo aperto anche alla Dda di Bologna, si muovono su più fronti: una pista della ‘ndrangheta, il passato sentimentale di Paolo, una vecchia rapina all’ufficio postale di Paola, persino la scomparsa del cane di famiglia due giorni prima. Nessuna porta a nulla. Il 10 marzo arriva la scoperta che complica tutto: in un magazzino di Paolo vengono trovati un computer e centinaia di file di natura pedopornografica. L’uomo si dice impegnato in un’indagine personale, ma la spiegazione non regge; finirà con un patteggiamento separato, senza che nulla lo colleghi mai al rapimento del figlio.

Il vero filo, però, è quello lasciato dai muratori. Il 1° aprile il RIS isola un’impronta sul nastro adesivo usato quella sera: appartiene a Raimondi. Messo alle strette, confessa e accusa Alessi, che a sua volta accusa lui. Si scaricano a vicenda la responsabilità fino alla fine, ma la verità che emerge è una sola: Tommaso è morto la notte stessa del sequestro, ucciso perché piangeva.

La notizia arriva in edizione straordinaria prima ancora che qualcuno avverta la famiglia: Paola la apprende così, davanti a uno schermo, e dirà poi di averlo saputo fin dal momento in cui aveva visto i piedini del figlio allontanarsi nel buio.

Il piccolo Tommy e sua madre

Quella sera stessa Alessi guida gli investigatori sulle rive del torrente Enza, tra San Prospero e Sant’Ilario d’Enza: sotto pochi centimetri di terra viene ritrovato il corpo di Tommaso, strangolato e colpito alla testa con un oggetto contundente.

Ai funerali, celebrati l’8 aprile nel Duomo di Parma, partecipano circa cinquantamila persone. Il vescovo Silvio Cesare Bonicelli legge un messaggio di papa Benedetto XVI, alla presenza del presidente della Camera Pier Ferdinando Casini. Il processo si chiude con l’ergastolo per Alessi, ventiquattro anni per Conserva e venti per Raimondi, sentenze confermate fino in Cassazione; il capomastro Barbera viene assolto. Paolo Onofri non si riprenderà mai del tutto: già cardiopatico, nel 2008 finisce in coma dopo un infarto e muore nel 2014 senza più svegliarsi. Paola Pellinghelli resta sola a portare il peso della storia, battendosi negli anni contro ogni beneficio penitenziario concesso ai condannati. Nell’agosto 2025 Salvatore Raimondi ha terminato di scontare la pena ed è stato scarcerato.