Dopo le parole pronunciate a In Onda, agroecologi e agricoltori ribattono: “Confonde l’agrobusiness con chi custodisce il territorio”.
Roma – Durante la puntata dell’11 agosto della trasmissione In Onda su La7, il giornalista Stefano Feltri ha liquidato la questione agraria con un’affermazione grave e superficiale: l’agricoltura “non serve a niente”, sostenendo che gli agricoltori siano “quattro gatti” tenuti in vita dalla politica, intenti a vivere di rendita con i soldi pubblici per inquinare la terra. A rimettere i punti sulle i durante la trasmissione ci ha pensato il climatologo Luca Mercalli, ricordando che non esiste “un’unica agricoltura” e che l’agroecologia rappresenta la vera scienza del futuro. Di fronte a uscite di questo genere, la domanda da porsi è semplice: a quale agricoltura si riferisce davvero Feltri?
Feltri attacca l’agricoltura nel suo complesso, ma nei fatti descrive l’agroindustria: un modello predatorio che considera la terra come un’officina a cielo aperto. I dati raccontano una realtà ben diversa. In Europa il 93% delle aziende è medio‑piccola e a conduzione familiare. Il restante 7%, le multinazionali dell’agrobusiness, drena la stragrande maggioranza delle risorse pubbliche, mentre ai piccoli e medi contadini resta la miseria del 20%.
Gli esegeti del neoliberismo pensano che le proteine si debbano produrre solo in laboratorio e che la terra sia un supporto sterile. Ma se togliamo i contadini, le stalle e i campi dalle nostre colline e montagne, non otteniamo la favola verde degli opinionisti da salotto: otteniamo abbandono, dissesto idrogeologico, incendi e desertificazione.
Chi vive la terra è il primo a subire le conseguenze drammatiche della crisi climatica: siccità, alluvioni e stravolgimento delle colture. Dipingere chi lavora la terra come una casta di inquinatori viziati è un’operazione ridicola. È grazie all’ostinazione del modello contadino se dal 1990 ad oggi l’agricoltura italiana ha tagliato del 15% le proprie emissioni (dati CREA).