La Procura ha archiviato come omicidio‑suicidio la morte di Viviana e del piccolo Gioele, ma i familiari contestano perizie, testimonianze e gestione delle prove.
Caronia – Sono trascorsi sei anni da quel 3 agosto 2020 e per Daniele Mondello la ricostruzione ufficiale della morte della moglie e del figlio non ha mai smesso di apparire incompleta. La Procura di Patti ha archiviato il caso nel 2021 parlando di omicidio-suicidio: secondo questa ipotesi, Viviana Parisi avrebbe ucciso il piccolo Gioele dopo l’incidente stradale in cui era rimasta coinvolta, per poi togliersi la vita gettandosi da un traliccio dell’alta tensione.
La famiglia, assistita dall’avvocato Francesco Mazza, ha prodotto negli anni perizie alternative che mettono in discussione ogni passaggio di quella ricostruzione, senza mai ottenere una riapertura delle indagini.
Quella mattina d’estate era iniziata come tante altre. Viviana aveva salutato il marito, aveva preparato il pranzo e si era messa in viaggio con Gioele, appena compiuti quattro anni, verso Milazzo per comprargli un paio di scarpe. L’auto della donna, però, non aveva imboccato quella direzione: era finita sull’autostrada A20, verso Palermo, dove all’altezza del viadotto Pizzo Turda si era scontrata con un furgone in un impatto che i testimoni avevano descritto come privo di conseguenze gravi per la donna. Da lì, Viviana era scesa dall’auto con il bambino in braccio, aveva scavalcato un muretto e si era inoltrata nella vegetazione, lasciando in macchina borsa, documenti e portafoglio.

Le ricerche, condotte con droni e unità cinofile, si erano protratte per giorni in un territorio impervio. Il corpo di Viviana era stato rinvenuto l’8 agosto ai piedi di un traliccio, a circa un chilometro dal luogo dell’incidente, già in avanzato stato di decomposizione; quello di Gioele soltanto l’11 agosto, individuato da un volontario a quasi un chilometro di distanza dalla madre, in un punto così fitto di vegetazione da richiedere l’uso di motoseghe per raggiungerlo.
È proprio sui dettagli tecnici di quel ritrovamento che si concentrano oggi le obiezioni dei consulenti della famiglia. Le analisi tossicologiche sul corpo di Viviana non hanno rilevato alcuna traccia di psicofarmaci o sostanze stupefacenti, un dato che secondo i familiari smentisce l’immagine di donna fragile e instabile su cui si sarebbe basata buona parte della ricostruzione accusatoria. Un ingegnere incaricato dalla famiglia ha calcolato che il punto in cui è stato trovato il corpo di Viviana sarebbe incompatibile con una caduta dal traliccio, la cui struttura inclinata avrebbe reso comunque difficile una salita stabile; sul metallo, peraltro, non sono mai state trovate impronte né tracce biologiche riconducibili alla donna.

A destare ulteriori interrogativi è la quasi totale assenza di capelli sul cranio di Viviana, attribuita dai periti della Procura a un fenomeno di decomposizione ma ritenuta anomala dai consulenti di parte, così come la colorazione rosa riscontrata sui denti di entrambe le vittime, un segno che la letteratura medico-legale associa più comunemente alla prolungata immersione in acqua che alla semplice umidità del terreno.
Anche la gestione delle prove è finita sotto accusa. Le immagini dei droni dei vigili del fuoco, che già il 4 agosto avevano ripreso qualcosa sotto il traliccio, sono state riesaminate solo settimane più tardi da una consulente della Procura, quando ormai le ricerche di Gioele si erano protratte per giorni. Il furgone coinvolto nell’incidente è stato sequestrato soltanto venti giorni dopo i fatti, quando era già stato riparato in carrozzeria.

Gli effetti personali delle vittime, dagli abiti alla fede nuziale di Viviana, restano tuttora sotto sequestro e non sono mai stati restituiti alla famiglia, che si è vista negare anche la possibilità di analizzare ferite e traumi con tecnologie laser 3D.
Restano infine le testimonianze contrastanti raccolte nelle ore dell’incidente, discordanti su abbigliamento, acconciatura e persino sulla presenza del bambino in braccio alla madre e quelle di due commercianti di Sant’Agata di Militello che avrebbero visto Viviana e Gioele in negozio dopo l’incidente – testimonianze che la Procura ha giudicato non attendibili senza fornire, secondo i legali della famiglia, una motivazione dettagliata.

A sei anni di distanza, ogni istanza di riapertura presentata dalla famiglia Mondello è stata respinta. Daniele continua a chiedere che il caso venga riesaminato alla luce degli elementi raccolti dai suoi consulenti, convinto che la verità giudiziaria finora accertata non coincida con quanto accaduto davvero quel 3 agosto di sei anni fa.