Il sacerdote è morto all’età di 96 anni a Milano: per decenni ha accolto giovani segnati da dipendenze, carcere ed emarginazione.
Milano – C’è un modo di intendere il sacerdozio che don Antonio Mazzi ha praticato per oltre mezzo secolo, fatto non di omelie ma di ascolto diretto, spesso scomodo, con chi finiva per essere scartato dalla società. È il tratto che resta più impresso nella memoria collettiva di chi lo ha conosciuto: una figura provocatoria, mai accomodante, capace però di costruire relazioni concrete con ragazzi e famiglie attraversati da dipendenze, carcere o emarginazione. Su questa idea era nata Exodus, la comunità che negli anni è diventata il progetto per cui il suo nome resterà legato, punto di riferimento per centinaia di giovani in cerca di una seconda possibilità.
Don Mazzi è morto questo pomeriggio a Milano all’età di 96 anni. Sacerdote dei Poveri Servi della Divina Provvidenza, aveva costruito il proprio percorso unendo alla formazione teologica una preparazione pedagogica e psicologica non comune per un uomo di Chiesa della sua generazione, che gli aveva permesso di intervenire sul disagio giovanile prima che si trasformasse in percorsi di recupero lunghi e dolorosi. Da questa stessa intuizione erano nati anche i Centri Giovanili don Mazzi, con base a Verona, pensati proprio per anticipare il disagio dei più giovani.
Il suo impegno non si era mai fermato ai confini della comunità che aveva fondato: il suo nome è legato a battaglie culturali e sociali, alla denuncia delle marginalità e alla difesa della dignità dei più deboli, portate avanti anche attraverso un’intensa attività pubblica. Giornalista professionista, aveva collaborato per anni con quotidiani e riviste nazionali, diventando un volto noto anche in televisione e restando fino agli ultimi anni una voce ascoltata nel dibattito pubblico e nel mondo del terzo settore, con numerosi riconoscimenti ricevuti nel tempo per il suo impegno civile e religioso.