Santina Renda, la bambina dissolta nel nulla

Il silenzio di una periferia, tra indagini che non trovano appigli, piste che si arenano e una famiglia che non smette di cercare la verità.

Palermo – Nel quartiere che oggi porta il nome di San Giovanni Apostolo, ma che tutti continuano a chiamare con il vecchio nome di Cep, c’è una fotografia che non invecchia mai. Ritrae una bambina di sei anni, occhi scuri, capelli castani tagliati a caschetto, una tutina azzurra con Topolino stampato sul petto. È l’immagine di Santina Renda, fissata per sempre a quell’età, mentre nella realtà oggi più di quarant’anni. Tra le case popolari di quella periferia palermitana, il suo nome resta un nodo mai sciolto.

Tutto si consuma in un pomeriggio di fine marzo. Sono da poco passate le 16.00 quando, in via Pietro Dell’Aquila, il gruppetto di bambini che gioca per strada si accorge che Santina non c’è più. Fino a un attimo prima era lì, insieme alla sorellina Francesca e ad altri coetanei del quartiere. Poi il vuoto. I genitori, Giuseppe Renda e Vincenza Scurato, danno l’allarme non appena si rendono conto che la figlia non rientra. Da quel momento, a Palermo, niente sarà più come prima.

Le prime ricostruzioni, raccolte nei giorni successivi alla scomparsa, parlano di un’auto di grossa cilindrata avvistata nei pressi del luogo in cui giocavano le bambine, con a bordo un uomo e una donna. C’è anche chi giura di aver visto un giovane alla guida di una Bmw avvicinarsi a Santina. Nessuno di questi elementi trova però conferma. Sulla vicenda si addensano in fretta le ipotesi più disparate: il sequestro a scopo di traffico d’organi, voce che in quegli anni circola spesso e alimenta il panico collettivo; la cessione della bambina concordata dagli stessi genitori, accusa che colpisce duramente la famiglia; il coinvolgimento di gruppi rom di passaggio, altro sospetto diffuso all’epoca. Tutte piste che, una dopo l’altra, finiscono archiviate senza riscontri concreti.

Mentre la macchina delle indagini procede a tentoni, la trasmissione “Chi l’ha visto?” trasforma il caso in un appuntamento fisso, raccogliendo segnalazioni da ogni angolo d’Italia. Arrivano decine di telefonate, avvistamenti, presunti riconoscimenti. Quasi tutti si rivelano fuochi di paglia. Tra le testimonianze più inquietanti spicca quella di un gruppo di passanti convinti di aver notato una bambina dai capelli scuri molto simile a Santina, ma anche in quel caso non emerge nulla che possa essere verificato.

Un nome, in particolare, finisce per attirare i sospetti del quartiere: quello di Vincenzo Campanella, un uomo che molti chiamano “lo scemo” per via di un evidente ritardo mentale. È lui stesso a presentarsi spontaneamente, raccontando una versione dei fatti tutta sua: Santina sarebbe caduta dal suo motorino, in un banale incidente. Ma Campanella non sa indicare dove si trovi il corpo della bambina e il suo racconto viene presto liquidato come inattendibile.

Il nome di Campanella torna però drammaticamente alla ribalta meno di due anni più tardi. Il 5 febbraio 1992 scompare un altro bambino del Cep, Maurizio Nunzio, cuginetto di Santina, appena otto anni. Il corpo del piccolo viene ritrovato lo stesso giorno, con la testa fracassata. Campanella confessa di nuovo e questa volta gli inquirenti trovano riscontri sufficienti a sostenere l’accusa: nel processo viene riconosciuto capace di intendere e di volere e condannato a 29 anni di reclusione. Nessun magistrato, però, riuscirà mai a collegare in modo definitivo quell’uomo alla sparizione di Santina.

C’è poi un episodio che la famiglia Renda non ha mai dimenticato. Pochi mesi dopo la scomparsa, una voce femminile sconosciuta telefona a casa loro sostenendo che la bambina sia con lei. Vincenza, sopraffatta dall’emozione, riesce a malapena a parlare e passa la cornetta al marito. La donna misteriosa ripete le stesse parole anche a Giuseppe, poi accetta di far ascoltare la voce della piccola: dall’altro capo del filo si sente un debole “Ma’, ma’”, proprio come Santina era solita chiamare la madre, senza mai pronunciare la parola per intero. La comunicazione si interrompe bruscamente. I tecnici dell’epoca riescono solo a stabilire che la chiamata non proviene da una cabina pubblica e che arriva da una zona lontana dalla Sicilia, ma l’identità della donna resta un enigma mai risolto.

A complicare ulteriormente il quadro arriva, sempre in quei giorni, un episodio avvenuto a centinaia di chilometri di distanza. A Bari, alcuni carabinieri fermano un gruppo di persone di etnia rom sorprese a chiedere l’elemosina con in mano una fotografia di Santina, scattata con gli stessi abiti che indossava il giorno della scomparsa. È un’immagine che i genitori della bambina non avevano mai visto né diffuso: l’unica foto pubblicata fino a quel momento la ritraeva con una maglietta a righe bianche e rosse. Interrogati, i componenti del gruppo non riescono a spiegare come quella fotografia sia finita nelle loro mani, né chi l’abbia scattata. Anche questa pista, alla fine, si dissolve nel nulla.

Da allora sono passati 36 anni, eppure il fascicolo su Santina Renda resta formalmente aperto. A confermarlo è l’avvocato della famiglia, Luigi Ferrandino, che segue ancora oggi la vicenda e che racconta di un riserbo assoluto mantenuto dalla Procura sulle attività investigative in corso.

Come potrebbe essere oggi Santina Renda nella ricostruzione effettuata dalla Missing Angels

Negli anni il caso ha conosciuto altre false speranze, come quella legata a una donna tedesca che nel 2023 si era detta convinta di essere proprio Santina: gli esami del Dna, confrontati con il profilo genetico della madre, hanno però escluso ogni corrispondenza. Più di recente, lo stesso legale ha chiesto che vengano verificati eventuali collegamenti tra il caso e la rete di Jeffrey Epstein, un’ipotesi che ha sollevato perplessità tra chi conosce a fondo la vicenda, soprattutto considerando quanto sarebbe stato difficile, all’epoca, muoversi inosservati in un quartiere periferico e popolare come quello in cui Santina è scomparsa.

Resta sullo sfondo un quartiere che non ha mai smesso di interrogarsi su quanto accaduto a una delle sue figlie.