Il ministro si è avvalso della facoltà di non rispondere ma ha depositato una memoria difensiva e rivendicato la propria estraneità ai fatti.
Gela – Quei dodici milioni stanziati per mettere in sicurezza il territorio dopo la frana del 1997, ancora fermi nelle casse della Regione quasi trent’anni dopo: è intorno a questa inerzia prolungata che ruota l’inchiesta della Procura di Gela sulla frana che il 25 gennaio scorso ha travolto Niscemi, nel nisseno, trascinando a valle case, veicoli e infrastrutture e costringendo oltre mille persone ad abbandonare le proprie abitazioni.
Nell’ambito del procedimento coordinato dal procuratore Salvatore Vella, il ministro per la Protezione civile e le Politiche del mare Nello Musumeci si è presentato davanti al Gip, scegliendo però di non rispondere alle domande dei Pm. La stessa posizione era già stata adottata, prima di lui, dagli altri indagati eccellenti: il governatore in carica Renato Schifani e l’ex presidente Rosario Crocetta.
Musumeci ha comunque depositato una memoria difensiva articolata, attraverso la quale ha inteso ribadire la propria collaborazione con la magistratura e respingere ogni addebito. Nelle dichiarazioni rilasciate a margine, ha precisato di aver rinunciato alle prerogative ministeriali pur di presentarsi di persona agli inquirenti, evidenziando nell’atto depositato non solo la propria estraneità alle contestazioni, ma anche le iniziative adottate dalla Regione in seguito alla frana sulla provinciale del 2019.
L’inchiesta investe un arco temporale di oltre quindici anni. Oltre a Musumeci, risultano iscritti nel registro degli indagati gli altri tre presidenti della Regione succedutisi dal 2010 al 2026, Raffaele Lombardo, Rosario Crocetta e Renato Schifani, nonché i responsabili della Protezione civile regionale dello stesso periodo, tra cui Calogero Foti e l’attuale Salvatore Cocina. Il fascicolo ipotizza il reato di disastro colposo e danneggiamento a causa di frana.
Al centro degli accertamenti ci sono le opere mai completate per ridurre il rischio idrogeologico e il mancato mantenimento dei sistemi di monitoraggio che avrebbero dovuto proteggere la popolazione. I lavori erano stati appaltati nei primi anni Duemila, ma il contratto fu risolto per inadempimento nel 2010, aprendo un contenzioso prolungatosi fino al 2016. I fondi stanziati, circa dodici milioni di euro, non furono mai impiegati.
Sul versante della ricostruzione, il Consiglio dei ministri ha approvato lo scorso 23 maggio, su proposta dello stesso Musumeci, un piano da 150 milioni di euro: metà destinati a opere strutturali di prevenzione e riduzione del rischio idrogeologico, l’altra metà a demolizioni e indennizzi per le famiglie costrette ad abbandonare le proprie case.