Il centrocampista bresciano è morto nella notte tra martedì e mercoledì alla clinica Poliambulanza di Brescia. Avrebbe compiuto 70 anni il 12 maggio. Da un anno lottava contro le conseguenze di un grave malore.
Brescia – C’è un tipo di calciatore che il calcio italiano degli anni Settanta e Ottanta sapeva allevare come nessun altro: il trequartista di fantasia, quello che non si misurava in chilometri percorsi ma in idee prodotte, in palloni giocati in modo inaspettato, in quell’istante di magia che il pubblico portava a casa sugli spalti. Evaristo Beccalossi era uno di loro. Forse uno dei migliori.
È morto a Brescia, nella clinica Poliambulanza, nella notte tra martedì e mercoledì. Aveva sessantanove anni. Il 12 maggio avrebbe spento 70 candeline. Da gennaio del 2025 le sue condizioni erano precipitate dopo un malore che lo aveva portato al coma. La lotta era durata più di un anno, lontano dalle telecamere e dai titoli di giornale.
Bresciano di nascita, aveva imparato a giocare a calcio nella città che lo aveva visto crescere, prima di costruire altrove la carriera che lo ha reso celebre. Il capitolo più importante lo ha scritto a Milano, in nerazzurro, dove ha trascorso la parte centrale e più luminosa della sua vita da calciatore. Sei anni all’Inter, durante i quali era diventato punto di riferimento di una squadra e di un’intera tifoseria. Non per la quantità di quello che faceva, ma per la qualità: il suo calcio era lento nei movimenti e rapidissimo nella testa, capace di trovare spazi dove gli altri non li vedevano. Un titolo di campione d’Italia e due Coppe Italia testimoniano il valore di quelle stagioni.
Dopo l’Inter aveva indossato altre maglie: Sampdoria, Monza, infine Barletta in Serie B, dove aveva chiuso con il calcio giocato nel 1987. Poi la vita da dirigente, il legame mai spezzato con il mondo del pallone.