Ciccio e Tore, venti mesi nel buio

La storia di due fratellini inghiottiti da una cisterna a Gravina di Puglia, di un padre accusato e poi scagionato e di troppe ombre ancora da dissipare.

Bari – Gravina di Puglia è una di quelle cittadine del Sud che sembrano costruite per custodire segreti. Le case si arrampicano sui crepacci, il canyon di tufo che taglia il paesaggio come una ferita antica, e nel centro storico i vicoli conducono a cortili silenziosi, a ruderi, a edifici che hanno cambiato faccia mille volte nel corso dei secoli. Uno di questi edifici si chiama la “casa delle cento stanze”. Era la residenza di campagna della famiglia Pellicciari, aristocratici modenesi scesi nel profondo Sud nell’Ottocento.

Nel 2006 era un casolare semiabbandonato, con i muri screpolati e l’odore di muffa delle case vecchie, i pozzi profondi e le cisterne buie. Un posto che i bambini del quartiere frequentavano come se fosse un parco giochi, attratti da quella strana aria di mistero. È lì che Ciccio e Tore sono finiti. Ed è lì che sono rimasti, per venti mesi, senza che nessuno li cercasse davvero nel posto giusto.

Il 5 giugno 2006 è un pomeriggio come tanti altri. Francesco e Salvatore Pappalardi, tredici e undici anni, escono a giocare poco prima del tramonto. I due ragazzi vivono da appena venti giorni con il padre Filippo: i genitori sono separati dal 1997, ma solo da poco il tribunale per i minorenni di Bari ha affidato i due fratellini all’uomo, che nel frattempo si è fatto una nuova famiglia con la compagna Maria, le sue due figlie adolescenti e una bambina di tre anni nata dalla loro relazione.

La sorella maggiore, Filomena, è rimasta con la madre Rosa Carlucci, che si è rifatta una vita a Santeramo in Colle. Una famiglia spezzata e ricomposta, con i suoi rancori e le sue tensioni, il materiale grezzo su cui si costruiscono i sospetti, quando qualcosa va storto.

Rosa Carlucci, la madre di Ciccio e Tore

Quella sera qualcosa va storto. Ciccio e Tore non tornano per cena. Alle 23.50, Filippo denuncia la scomparsa al vicino commissariato. Chiama l’ex moglie, chiede se per caso i figli siano da lei. Non ci sono. Passano le ore. Poi i giorni. Poi i mesi. In paese cominciano a circolare le voci: pedofili, rapitori, nomadi. Le ombre si addensano sulla cerchia familiare, su quel padre considerato violento e collerico, sulla madre esasperata. E c’è un dettaglio che torna ossessivamente nelle ricostruzioni degli inquirenti: la sera della scomparsa Filippo aveva spento il cellulare per diverse ore, proprio quelle in cui scattava la denuncia. Una lacuna nel suo alibi che diventa, nell’economia delle indagini, quasi una confessione silenziosa.

Il meccanismo giudiziario si mette in moto lentamente, poi accelera. Il 27 novembre 2007 Filippo Pappalardi viene arrestato con l’accusa di duplice omicidio e occultamento di cadavere. Trascorre quattro mesi in carcere e uno agli arresti domiciliari. Nel frattempo, i corpi di Ciccio e Tore non si trovano ancora. Nessuno ha pensato alla casa delle cento stanze.

Il 25 febbraio 2008 un ragazzino di dodici anni, Michelino, cade in un pozzo del vecchio casolare mentre gioca tra quelle mura. Quando i vigili del fuoco si calano nella cisterna per salvarlo, trovano due corpi coperti dal fango, uno vicino all’altro. Una maglietta arancione e dei pantaloni bianchi, gli abiti che Ciccio e Tore indossavano la sera della scomparsa, cancellano ogni dubbio. Erano lì. Erano sempre stati lì, a quaranta metri da dove la gente camminava, discuteva, piangeva, accusava.

La casa delle cento stanze, luogo del ritrovamento dei corpi

L’autopsia sgombra il campo da ogni ipotesi criminale: sui corpi dei fratellini non ci sono segni di violenza. Ciccio è morto per l’emorragia causata dalla caduta. Tore, sceso nel pozzo probabilmente per aiutare il fratello, lo ha vegliato per diverse ore prima di morire nel sonno, vinto dalla fame, dal freddo e dalla paura. I graffi sulle pareti della cisterna raccontano di tentativi disperati di risalire. La madre Rosa non ha mai smesso di fare i conti con un pensiero che non le dà pace: Francesco morì sul colpo, ma forse Salvatore si sarebbe potuto salvare se qualcuno avesse chiamato i soccorsi in tempo.

Il padre viene scarcerato e poi scagionato. La sua posizione viene archiviata nel 2009. Lo Stato gli riconosce un risarcimento di 65mila euro per l’ingiusta detenzione. Ma la storia non finisce con l’archiviazione.

Negli anni successivi emergono dettagli che riaprono interrogativi mai del tutto chiusi. Nel 2024 la madre Rosa e la sorella Filomena presentano una nuova istanza alla Procura di Bari chiedendo la riapertura delle indagini per omicidio, sostenendo che i due fratellini “furono costretti o indotti” a recarsi in quel posto abbandonato alle 23.30 di quella notte.

Uno degli elementi più inquietanti riguarda il ritrovamento, nella cisterna vicino ai corpi, di una fiala di Midazolam, un farmaco ansiolitico che, secondo i legali della famiglia, potrebbe essere ricondotto a un contesto vicino ai bambini. La Procura di Bari ha respinto ogni richiesta di riapertura. L’ultima, nel luglio del 2021.

Restano dubbi su cosa sia realmente accaduto sul fondo di quella cisterna. Filippo Pappalardi, dal canto suo, continua a chiedere che si faccia luce non solo sulla morte dei figli, ma anche su come vennero condotte le indagini che lo portarono in cella da innocente. Ci sono persone, sostiene, che hanno nascosto la verità.

Quello che è certo è scritto sui muri di quella cisterna: i graffi di due bambini che hanno cercato di salvarsi. Ciccio e Tore si sono tenuti compagnia fino alla fine, nel buio della “casa delle cento stanze”. Il resto è ancora, in gran parte, silenzio.