Una doppia vita, una morte violenta, un’indagine persa tra suggestioni e coincidenze. L’unica certezza è un delitto rimasto senza colpevole.
Bari – La notte del 23 settembre 2018 a Bari è calda e silenziosa come sanno esserlo le notti del Sud a fine estate. In una stradina del quartiere San Giorgio, sul lungomare sud della città, un’automobile è ferma con gli sportelli aperti, i fari accesi e la chiave ancora inserita nel cruscotto. Dentro c’è Salvatore Dentamaro, quarantadue anni. È seminudo, con indosso biancheria femminile. Ha una ferita al collo, un taglio netto e profondo inferto dall’alto verso il basso con un coltello che qualcuno ha abbandonato sull’asfalto accanto alla portiera. Nessun segno di difesa sulle braccia. Non ha avuto il tempo di reagire.
Quando i poliziotti arrivano, chiamati da una coppia di residenti, sono le tre e venti di notte. La scena racconta di una morte rapida e violenta, probabilmente avvenuta al termine di un incontro a pagamento. Salvatore, che di giorno viveva con i genitori e di notte lavorava come Ambra, era una figura conosciuta in quella zona del lungomare. Una doppia vita tenuta in equilibrio precario, in un mondo che non perdona le fragilità.
Le indagini della Squadra Mobile si concentrano subito sull’ultima ora di vita di Ambra. Le telecamere di sorveglianza della zona restituiscono immagini parziali ma preziose: si vedono almeno tre clienti avvicendarsi nell’arco della serata. L’ultimo, quello che gli investigatori battezzano come il cliente numero tre, si allontana dalla stradina intorno alle due e trenta. Mezz’ora dopo viene trovato il corpo. In quei trenta minuti si consuma tutto, ma nessuna telecamera riprende abbastanza bene da dare un volto certo all’assassino.
Passano quattro anni. Le indagini avanzano a fatica, tra piste e ipotesi che non portano a nulla di definitivo. Poi arriva una segnalazione anonima che accende i riflettori su Francesco Brandonisio, cinquantatré anni, barbiere di professione e pescatore da diporto per passione. Ha una Fiat Punto simile a quella ripresa dalle telecamere. Ha un gommone e nell’immagine sfocata di quella notte si intravede qualcosa che potrebbe essere un canotto sul tettuccio dell’auto in fuga. Sono coincidenze suggestive, abbastanza da portare a un arresto.
Brandonisio finisce in carcere nell’ottobre del 2022. La Procura costruisce un’accusa che punta tutto sull’identificazione visiva: quell’uomo ripreso dalle telecamere sarebbe lui. Ma già nel confronto tra le immagini e la realtà emergono crepe difficili da ignorare. Brandonisio è alto un metro e sessantotto. L’uomo ripreso vicino al luogo del delitto misura un metro e settantatré. Cinque centimetri che sulla carta sembrano pochi ma che nella comparazione fotografica diventano una differenza impossibile da spiegare. La corporatura è diversa. L’auto è diversa: quella di Brandonisio ha un gancio traino che sul veicolo ripreso dalle telecamere non c’è. I tabulati telefonici non registrano nessun contatto tra il suo numero e quello della vittima e le celle agganciate dal suo telefono quella notte non coincidono con la zona dell’omicidio.
A marzo del 2024, dopo due anni e mezzo di detenzione, la Corte di Assise di Bari lo assolve. Nelle settantacinque pagine di motivazioni depositate a giugno, i giudici smontano pezzo per pezzo l’impianto accusatorio. Parlano di vuoto probatorio, di elementi suggestivi ma non probatori, di una identificazione mai davvero effettuata in modo diretto ma costruita per sovrapposizioni indirette. E concludono che le prove convergono semmai nella direzione opposta, verso l’estraneità di Brandonisio al delitto. Né la Procura né la parte civile hanno impugnato la sentenza. L’assoluzione è diventata definitiva.
I difensori di Brandonisio avevano sollevato durante il processo piste che secondo loro non erano mai state esplorate a fondo, legate al mondo della droga, a debiti e minacce che gravavano sulla vittima. Piste che forse nascondono ancora qualcosa. O qualcuno.
Sette anni dopo quella notte sul lungomare di Bari, il coltello abbandonato sull’asfalto ha ancora un padrone senza nome.