Il Corpo direttivo apre a globuli rossi e bianchi, plasma e piastrine: ora ogni fedele può scegliere secondo coscienza. Resta, però, il no al sangue intero.
Per ottant’anni è stato il “no” più conosciuto e più discusso del mondo, quello che ha diviso famiglie, riempito le aule dei tribunali e, in troppi casi, accompagnato i malati verso la morte in nome della fede. Ora quel muro si sgretola: i Testimoni di Geova potranno accettare e persino donare i quattro principali componenti del sangue – globuli rossi, globuli bianchi, plasma e piastrine – senza più rischiare l’espulsione dalla comunità. La svolta epocale è stata annunciata dal Corpo direttivo del movimento, riunito nel quartier generale mondiale di Warwick, nello Stato di New York, attraverso un video ufficiale di circa 14 minuti intitolato “2026 Governing Body Update #6”.
Da oggi, spiega l’organizzazione, non è più un ordine ma una questione di coscienza personale. “Riconosciamo che le decisioni mediche riguardanti i componenti del sangue sono una questione di coscienza tra ogni Testimone e il suo Dio, Geova”, ha dichiarato Paul Gillies, portavoce internazionale del movimento. Tradotto: chi accetterà la trasfusione di questi elementi non verrà più giudicato né allontanato dai fratelli di fede.
Resta però un confine invalicabile. Il rifiuto del sangue intero proveniente da un donatore non cambia: è un pilastro dottrinale fondato sull’interpretazione letterale del comando biblico di “astenersi dal sangue” (Atti 15:20). Ma è un dettaglio quasi teorico, perché nella medicina di oggi la quasi totalità delle trasfusioni avviene proprio con i singoli componenti separati, non con il sangue intero. Di fatto, quindi, i fedeli potranno d’ora in poi accettare la maggior parte dei trattamenti salvavita.
Non è un fulmine a ciel sereno. Già nel marzo 2026 il Corpo direttivo aveva aperto all’autotrasfusione, consentendo al paziente di utilizzare il proprio sangue prelevato prima di un intervento. Adesso lo stesso principio è stato esteso ai quattro grandi componenti, con una frase che pesa come un macigno: “Questo principio si applica anche ai quattro maggiori componenti del sangue”. A sostegno della decisione viene citata la Lettera di San Paolo ai Galati: “Ciascuno porterà il proprio fardello“.
Il divieto era nato nel pieno della Seconda guerra mondiale, intorno al 1945, illustrato sulle pagine della Torre di Guardia, la rivista principale del movimento. Da allora è diventato il tratto più riconoscibile – e più drammatico – della dottrina. Un rapporto medico del 2016 stima che ogni anno circa mille Testimoni di Geova nel mondo muoiano dopo aver rifiutato una trasfusione. In Italia, dove i fedeli sarebbero oltre 250 mila, il caso più doloroso resta quello di una donna di 70 anni morta nel 2019 nel Casertano per aver detto no al sangue che l’avrebbe salvata.
La comunità mondiale conta oltre nove milioni di fedeli in più di 200 Paesi. E proprio la portata della svolta solleva la domanda più scomoda, quella che nessun aggiornamento potrà mai cancellare: che ne è di tutti coloro che, negli ottant’anni del divieto, hanno perso la vita, o un familiare, per obbedire a una regola che oggi l’organizzazione stessa affida alla libera coscienza del singolo?