Lia Pipitone, la ragazza che sfidò la mafia

Madre e donna libera: la storia dell’indipendenza punita con la morte e del coraggio di un figlio che le ha restituito finalmente giustizia.

Palermo – Il 24 settembre 1983, sotto un balcone di piazza Generale Cascino a Palermo, giace il corpo del ventenne Simone Di Trapani. Accanto a lui, un biglietto: dice di togliersi la vita per un amore impossibile. Per gli inquirenti è un caso chiuso, ma è solo un’illusione. Decenni dopo, il pentito Angelo Fontana svelerà la verità: due killer di Cosa Nostra lo hanno costretto a firmare quella falsa confessione prima di lanciarlo nel vuoto dal quarto piano.

Simone doveva morire per coprire un altro delitto, consumato appena ventiquattro ore prima.

Il 23 settembre, in una calda mattina di fine estate, Lia Pipitone entra in una sanitaria dell’Arenella, in via Papa Sergio. Ha 24 anni. Due uomini armati fanno irruzione, puntano alla cassa e sparano. Lia cade uccisa all’istante. Sembra una tragica rapina finita male, ma è solo una messa in scena: i killer l’hanno seguita fin lì per giustiziarla.

Il vero mandante vive sotto il suo stesso tetto. Lia è la figlia di Antonino Pipitone, potente boss dell’Acquasanta legato a Totò Riina. Da sempre, Lia sfida l’autorità paterna e le ferree regole del clan: frequenta il liceo artistico contro il parere del padre, fugge con il ragazzo che ama, lo sposa, firma la propria indipendenza crescendo il figlio Alessio e infine sceglie di separarsi. Per il codice mafioso, che esige dalle donne totale sottomissione, ogni sua decisione è un affronto imperdonabile.

Lia Pipitone e suo figlio

Quando nel quartiere prende piede la voce, falsa, di una sua presunta relazione con il cugino Simone, il pretesto è servito. Convinto che sia “meglio una figlia morta che separata”, Antonino Pipitone dà il suo consenso al capomafia Nino Madonia: la condanna a morte della figlia è firmata.

La verità resta sepolta per quasi tre decenni, custodita dall’omertà. A rompere il silenzio è il figlio Alessio che, insieme al giornalista Salvo Palazzolo, nel 2012 pubblica il libro “Se muoio, sopravvivimi”, spingendo la Procura di Palermo a riaprire il caso. Nel luglio 2019 arriva la svolta: i boss Nino Madonia e Vincenzo Galatolo vengono condannati a 30 anni di reclusione come mandanti del delitto, condanna confermata in appello nel 2020.

Oggi il nome di Lia Pipitone non è più solo una storia di sangue, ma un simbolo di riscatto: svetta sulla porta di un centro antiviolenza di Palermo, continuando a proteggere e ispirare le donne che lottano per la propria libertà.