A oltre 30 anni dalla scomparsa, il caso del ragazzino resta un groviglio irrisolto tra ombre di pedofilia, un fotografo misterioso e i grandi enigmi della Capitale.
Roma – Santo Stefano del 1995 doveva essere una mattina come tante altre per la famiglia Romano. Bruno ha dodici anni, uno sguardo vispo, una grande passione per la musica e in particolare per la fisarmonica. Abita con i genitori e gli otto fratelli in una roulotte stazionata nei pressi del Ponte delle Valli, nel quartiere Africano a Roma. Quella mattina esce a piedi per fare visita alla nonna e allo zio Michele nel vicino viale Somalia. Trascorre lì qualche ora in tranquillità, ma quando si rimette in cammino per fare ritorno a casa, le sue tracce si dissolvono per sempre nel traffico e nei vicoli della Capitale.
I primi momenti sono segnati dall’ipotesi di un allontanamento spontaneo, tipico di un ragazzino libero e abituato a muoversi con autonomia tra le strade del quartiere. Con il passare delle ore, tuttavia, la speranza lascia spazio alla disperazione. Le ricerche della famiglia e dalle forze dell’ordine nei canali di scolo e nei parchi limitrofi non portano a nulla, ma emerge un dettaglio inquietante: nei giorni precedenti alla scomparsa, un uomo sconosciuto era stato notato più volte nei pressi del campo mentre scattava fotografie in bianco e nero ai bambini del posto durante i loro giochi all’aria aperta. Quelle istantanee di volti sorridenti e ingenui non hanno mai trovato un autore identificato, orientando fin dal principio gli accertamenti sull’ipotesi più drammatica e cupa: quella dell’adescamento e del rapimento a scopo di abuso e pedofilia.
Negli anni le indagini sulla scomparsa di Bruno attraversano lunghi periodi di silenzio, segnalazioni errate ed avvistamenti mai confermati. La svolta investigativa principale – rimasta tuttavia confinata nei faldoni della Procura senza mai sfociare in una condanna – arriva nel 1997 con un’informativa firmata dal funzionario di polizia Nicola Calipari, prima che diventasse l’alto dirigente dei servizi segreti ucciso a Baghdad. Nel rapporto inviato ai magistrati, Calipari concentra i sospetti su un nome preciso: Marco Fassoni Accetti, fotografo romano allora quarantenne.

In merito a Bruno Romano, una fonte interna agli ambienti giudiziari e le stesse analisi investigative del periodo arrivarono a ipotizzare che il ragazzino fosse stato attirato con la scusa degli scatti fotografici, abusato e successivamente ucciso. Negli anni a venire, lo stesso Marco Fassoni Accetti tornerà al centro della scena mediatica autoaccusandosi di un ruolo chiave nei sequestri di Emanuela Orlandi, Mirella Gregori e Katy Skerl, presentandosi come l’artefice di complessi codici di ricatto tra fazioni e settori deviati della politica e del clero. Ciononostante, le accuse e i sospetti legati al caso Romano non hanno mai portato a un processo o al ritrovamento del corpo.
A tre decenni da quel gelido 26 dicembre 1995, il destino di Bruno Romano rimane una ferita sanguinante. Nessun corpo è mai stato ritrovato e nessuna pista ha fornito le risposte tanto attese dai suoi genitori e dai suoi fratelli. Una vicenda finita troppo in fretta nell’oblio.


