In Italia l’area sommersa più suggestiva è quella del Parco archeologico di Baia, nel Golfo di Napoli, edificata durante l’età imperiale dell’antica Roma.
Non è visibile a occhio nudo, bisogna andarci di proposito per rendersi conto di essere di fronte ad un vero e proprio scrigno prezioso. Ci si riferisce all’archeologia subacquea, una branca di questa scienza straordinaria che studia le testimonianze materiali delle attività umane del passato presenti sott’acqua in contesti marini, fluviali, lacustri o lagunari.
Oggetto di studio sono: navi affondate con i loro carichi commerciali, armamenti e oggetti di uso quotidiano; antichi porti, moli, peschiere, insediamenti palafitticoli e intere città finite sott’acqua a causa di variazioni del livello del mare o eventi sismici.
Manufatti e resti umani custoditi nei fondali o nelle torbiere. Eppure è poco considerato dalla narrazione corrente della “economia del mare”. Non perché manchi il materiale ma per la difficoltà di renderlo “commerciabile”.
C’è bisogno di tutta una serie di condizioni per accedere a un sito archeologico subacqueo: barche, esperti, immersioni, autorizzazioni, tecnologie e conoscenze della materia. Secondo alcuni proprio questa eterogeneità può dare pregio al settore, ad esempio attraverso la ricerca, audiovisivi, realtà virtuale e l’acquisizione di dati spaziali trasformati in un modello digitale tridimensionale.
Mentre in superficie ci si abbronza e si sguazza nell’acqua, più sotto esiste un patrimonio particolare, con valenza culturale che andrebbe valorizzato. Intanto bisogna sgomberare il campo da equivoci che ci portiamo appresso. Quando si parla di un relitto sotto il mare, si pensa immediatamente ad un forziere contenente, monete rare, gioielli, oggetti preziosi.
Nulla di tutto ciò nell’archeologia subacquea, il cui compito principale è la conservazione e interpretazione dei reperti. D’altronde la Convenzione UNESCO del 2001, il principale trattato internazionale per proteggere e preservare il patrimonio culturale subacqueo, indicava di lasciare i beni sott’acqua prima di pensare al recupero ma non solo.

Gli accordi prevedevano anche di non vendere, comprare o disperdere i reperti a scopo di lucro o speculazione; gli Stati devono cooperare per denunciare i saccheggi e gestire insieme i beni condivisi; il pubblico può visitare i siti sommersi per scopi educativi, senza danneggiarli.
Uno dei siti più suggestivi del Belpaese è il Parco archeologico sommerso di Baia, Golfo di Napoli, un’area costruita durante l’età imperiale dell’antica Roma, in cui sono visibili terme, ville aristocratiche, mosaici, pavimenti, colonne e strade. Nel 2023 il sito di Baia ha ricevuto dall’UNESCO la “patente di buona pratica” per il modo di salvaguardare il patrimonio subacqueo.
Se si uscisse da una logica mercantile, l’Italia potrebbe diventare leader mondiale del settore, con tutto il ben di dio che abbiamo sotto i mari! Si sa come vanno le cose nel nostro disastrato Paese appena si sente odore di business, si scatenano le iene fameliche.
L’archeologia subacquea è minacciata da saccheggio, pesca a strascico, ormeggi, edificazione lungo la costa, inquinamento e turismo selvaggio. Il valore inestimabile di un sito subacqueo è proprio la sua unicità, irreversibilità e irrimediabilità.
Fa parte di quel mare e di quella storia. Sotto i nostri mari c’è un comparto che potrebbe diventare importante per la nostra economia. Non viene valorizzato non perché manchi il materiale, anzi ce n’è a iosa, ma la progettualità nel lungo periodo, che non mira al profitto immediato ma al benessere del domani.


