L’attrice svela il retroscena del loro rapporto, tra incomprensioni, una battaglia legale e il perdono arrivato con il tempo.
Un ricordo intenso, sincero, a tratti ironico, ma anche attraversato da ferite che il tempo ha soltanto in parte rimarginato. È quello che Gaia Zucchi, attrice e scrittrice, affida alle parole con cui saluta Tinto Brass, il regista scomparso a Roma il 4 novembre, all’età di 93 anni. Un addio che va oltre il tradizionale omaggio a un maestro del cinema italiano e diventa il racconto di un rapporto professionale e umano fatto di contraddizioni, incomprensioni, ammirazione e, infine, perdono.
Oggi, di fronte alla scomparsa del regista, l’attrice sceglie di raccontare senza reticenze ciò che quella collaborazione ha rappresentato: il riconoscimento del talento di un autore capace di rivoluzionare l’immaginario erotico del cinema italiano, ma anche il dolore di una donna che, per lungo tempo, ha sentito di non essere più padrona della propria immagine.
“Caro Tinto, fai buon viaggio. Sei stato la mia croce e delizia. Hai condizionato il mio destino, nel bene e nel male, lasciando un’impronta indelebile nella mia vita e nella mia carriera. La tua presenza è stata talmente ingombrante che, da allora, sono rimasta imprigionata nell’immagine della cosiddetta “Tinto Brassina”. Per anni il pubblico ha creduto di conoscermi attraverso ciò che aveva visto sullo schermo, immaginando una donna che, in realtà, non corrisponde affatto a quella che sono. Anzi, per certi versi sono esattamente il suo opposto: una puritana!
Mi hanno vista nuda al cinema e hanno immediatamente pensato alla pornografia, dimenticando che il cinema è finzione, che esiste una profonda differenza tra erotismo e pornografia e che interpretare un personaggio non significa necessariamente identificarsi con esso. È questo l’equivoco con cui ho dovuto convivere per gran parte della mia vita.
Eppure Tinto era un grandissimo regista. Un uomo che conosceva profondamente il cinema, la fotografia, l’arte. Aveva studiato, possedeva una cultura immensa e uno sguardo assolutamente personale sul mondo. E voglio ricordare anche un particolare che forse sorprenderà qualcuno: è stato uno dei pochissimi registi che non ci ha mai provato con me. Tra noi esisteva soltanto un gioco, quello tra lui e la sua “Tinta”. Amava il lato B delle donne, sosteneva addirittura che il sedere parlasse! Ma soprattutto amava le donne vere, veraci, capricciose, quelle capaci di esprimere una sensualità spontanea, lontana da ogni artificio.
Nel mio libro La vicina di Zeffirelli racconto proprio il nostro provino, un episodio che ancora oggi ricordo con un misto di incredulità e divertimento.
Ma sarebbe ipocrita, oggi che non c’è più, ricordare soltanto gli aspetti divertenti del nostro rapporto. Perché Tinto mi ha fatto anche soffrire. E molto.
Durante l’esperienza di Fermo posta Tinto Brass mi sono sentita deturpata, privata della mia immagine e della possibilità di decidere come essere rappresentata. Non mi riconoscevo in quella donna che appariva sullo schermo. Mi sembrava che fosse stata cancellata una parte fondamentale di me, della mia identità, della mia espressività. È stata una ferita profonda, che mi ha accompagnata per anni. Ho intrapreso una lunga battaglia legale, fino a quando, ormai stremata, ho deciso di rinunciare alla causa.
Con il tempo, però, ho imparato a perdonare. Ho cercato di comprendere anche le sue ragioni artistiche, senza per questo cancellare il dolore che avevo provato. Tinto faceva il suo cinema e, per raccontare ciò che aveva in mente, aveva bisogno proprio di quella mia autenticità, di un’immagine casalinga, spontanea, lontanissima dai canoni di una bellezza costruita. Più ero vera, più funzionavo nel suo immaginario.
Da quel momento è cominciata anche la mia ricerca di riscatto. Attraverso le apparizioni da Maurizio Costanzo, le fotografie, le copertine, le pubblicazioni in tutto il mondo, ho cercato di riappropriarmi della mia immagine. Volevo essere io, finalmente, a decidere come mostrarmi e, soprattutto, come raccontarmi.
Oggi riesco persino a ringraziarlo per alcune lezioni, seppure dolorose. Mi ha insegnato a non fidarmi ciecamente di nessuno, a documentarmi, a essere consapevole di ciò che significa affidare la propria immagine a un regista. E, in fondo, mi ha costretta anche a confrontarmi con una parte di me: quella di una donna profondamente sensuale, che lui aveva saputo cogliere e trasformare in materia cinematografica.
Perché, piaccia o no, Tinto Brass nel suo genere resta il numero uno. E diciamoci la verità: per lavorare con lui c’era una fila incredibile! Poi sono arrivate le finte puritane, quelle che dichiaravano scandalizzate: “Io con Brass? Mai!”. Spesso, però, erano proprio quelle che non erano state scelte!
Con lui hanno lavorato attrici straordinarie, da Stefania Sandrelli ad Anna Galiena, insieme a tanti altri interpreti di grande talento. Perché Tinto non era soltanto provocazione ed erotismo: era un regista colto, anticonformista, capace di costruire un linguaggio cinematografico immediatamente riconoscibile e di lasciare un segno nella storia del cinema italiano.
E io? Io, nonostante tutto, sono felice di essere rimasta nel suo immaginario e, soprattutto, in quello maschile, come Gaia Zucchi: una bomba sexy!
Ma c’è una cosa che vorrei ricordare a tutti: l’immagine che avete di una donna non racconta necessariamente chi sia davvero quella donna. Dietro un corpo, dietro un personaggio, dietro una fotografia, esiste sempre una persona, con la propria sensibilità, le proprie contraddizioni, le proprie ferite e la propria storia.
Tinto mi ha regalato una notorietà che non avevo cercato in quel modo e, insieme, mi ha costretta a combattere per ritrovare me stessa. Oggi, però, non voglio ricordarti con rancore.
Voglio salutarti per quello che sei stato: un artista geniale, provocatorio, ingombrante, impossibile da dimenticare. Un uomo che, nel bene e nel male, ha attraversato la mia vita cambiandola per sempre.
Buon viaggio, Tinto. La tua “Tintobrassina” ti saluta”.



