Roma Est, 15 bombe in due mesi: è guerra per l’eredità del clan Senese

Altre due esplosioni nella notte negli androni di due palazzine. Con i boss in cella, seconde linee e nuove leve si contendono le piazze di spaccio.

Roma – Un boato nel cuore della notte, i vetri che esplodono fino al secondo piano, gli inquilini che si svegliano di soprassalto. Nella notte del 2 novembre, a mezz’ora di distanza l’una dall’altra, due bombe carta sono deflagrate negli androni di due palazzine: in via di Casal Bruciato e in via Giacomo Galopini. Nessun ferito, ma tanta paura. E il conto, nella periferia orientale della Capitale, si allunga ancora: sono addirittura 15 gli ordigni esplosi da settembre. Una scia di fuoco che, per gli esperti, ha un’unica regia di fondo: la lotta per riempire il vuoto lasciato dai boss finiti in carcere.

La mappa delle esplosioni attraversa Centocelle, Don Bosco, Cinecittà, Alessandrino, Casilina, Borghesiana e La Rustica. Nel mirino sono finiti autonoleggi, vinerie, sale slot e centri scommesse. Ma ora le bombe entrano anche nei palazzi. “La bomba dentro casa è comunque una bomba dentro casa. Nel palazzo tutti si sono sentiti colpiti, tutti si sono sentiti vulnerabili”, racconta Pasquale Grosso, presidente di Antimafia Pop Academy. “In questo quadrante una quantità di bombe così non c’è mai stata. È un salto di qualità“, gli fa eco Gianpiero Cioffredi dell’ufficio di presidenza di Libera.

Bersagli tutt’altro che casuali. “Tutte le bombe tranne una hanno colpito attività che hanno come proprietari esponenti della criminalità o comunque gente coinvolta nello spaccio”, spiega Cioffredi. Il caso più eclatante è quello degli autonoleggi dei fratelli Emanuele e Alessio Costantino, colpiti sulla Casilina e in via dei Platani a Centocelle. Sono i figli di Andrea Costantino, detto “Er Verdura”, già condannato per usura ed estorsione, e nel 2021 erano scampati a un agguato per cui sono stati condannati il boss Giuseppe Molisso e il killer Raul Esteban Calderon, ritenuto anche l’esecutore dell’omicidio di Diabolik.

Sullo sfondo c’è il crollo di un impero. Per oltre trent’anni Roma Est è stata il regno di Michele Senese, “O Pazzo”, il boss di camorra capace di tenere a bada le bande locali anche dal carcere. Poi le inchieste della Dda e gli arresti per l’omicidio Diabolik hanno spedito dietro le sbarre i vertici del clan. Ed è lì che si è aperto il vuoto di potere. “O ci sono le seconde linee che litigano tra loro e si mettono le bombe, oppure ci sono i nuovi arrivati che vogliono scalzare le vecchie gerarchie”, spiega a il colonnello dei carabinieri in congedo Massimiliano Vucetich. Ordigni rudimentali, costruiti con materiale da ferramenta: “Il livello tecnico può essere veramente basso, ma serve a dare un segnale”.

Intanto i quartieri reagiscono. Il 14 ottobre cittadini, istituzioni e oltre 90 realtà tra associazioni, sindacati e partiti sono scesi in piazza Malatesta con Libera. “L’antimafia sociale non si fa con quattro video sui social, bisogna metterci i corpi e stare nei territori”, avverte Grosso. Che lancia un appello alla politica: “Non deve aspettare le bombe per parlare di mafia. Chi governa deve prendersi la responsabilità di usare la parola mafia“.