Il “virus americano” corre negli ospedali inglesi, riaccendendo un’apprensione che molti avevano ormai dimenticato. Il sintomo spia è un mal di gola feroce.
Londra – Sembrava un capitolo chiuso, archiviato insieme alle mascherine e ai bollettini serali. E invece, a quasi sette anni dall’inizio della pandemia, il Covid torna a bussare alle porte degli ospedali inglesi. Questa volta ha un nome che sa di cielo plumbeo, “Stratus”, e un soprannome che rimbalza sui media di mezzo mondo: “Covid americano”. Con l’arrivo dei primi freddi, la variante XFG sta spingendo verso l’alto contagi e ricoveri in Inghilterra, riaccendendo un’apprensione che molti avevano ormai dimenticato.
A mettere nero su bianco l’avanzata del virus sono i dati della UK Health Security Agency, l’agenzia sanitaria britannica. Nella settimana chiusa il 20 settembre, il tasso di positività ai test molecolari eseguiti in ospedale ha toccato il 7%, contro il 5,9% di sette giorni prima. Ma il numero che fa davvero rumore è un altro: il tasso settimanale di ricoveri è passato da 0,81 a 1,20 ogni 100mila abitanti, un balzo di quasi il 50% in appena una settimana.
Il ceppo ha ormai preso il sopravvento. Tra i campioni sequenziati a fine agosto, quasi la metà apparteneva a una sola sottovariante, la XFG.23.1.3, e nel complesso la famiglia XFG supera il 60% dei casi. Il soprannome di “Covid americano” nasce dal fatto che i primi segnali di crescita sono arrivati dagli Stati Uniti, ma il virus è sotto osservazione a livello globale da oltre un anno.
Le autorità britanniche, però, gettano acqua sul fuoco: l’impennata rientra nella normale dinamica stagionale dei mesi freddi e i livelli restano bassi. Soprattutto, non ci sono prove che Stratus provochi forme più gravi della malattia rispetto alle varianti precedenti. Più ricoveri, insomma, perché circola di più, non perché sia più cattivo.
Per la maggior parte delle persone l’infezione si presenta come un brutto raffreddore. A distinguerla è un mal di gola particolarmente doloroso, che si somma ai sintomi ormai noti: tosse, naso chiuso, stanchezza, febbre, dolori muscolari e, più di rado, perdita di gusto e olfatto. Alcuni pazienti hanno segnalato anche una lacrimazione eccessiva, un disturbo però già osservato fin dall’inizio della pandemia e che, da solo, può dipendere da una semplice allergia o congiuntivite.
A rischiare di più, come ricorda il dottor Donald Grant, consulente clinico di The Independent Pharmacy, sono gli anziani e chi ha un sistema immunitario indebolito. Per loro l’arma resta la stessa di sempre: il vaccino, che continua a proteggere dalle forme gravi proprio mentre in Italia è partita la nuova campagna di richiamo.



