A cinquant’anni dal brutale omicidio delle piccole Antonella, Virginia e Ninfa, la condanna di Vinci lascia aperti più interrogativi di quanti ne abbia chiariti.
Marsala – La storia giudiziaria del nostro Paese conserva drammi in cui nemmeno una sentenza passata in giudicato riesce a cancellare il senso di incompiutezza. Quando nel 2002 Michele Vinci ha varcato le soglie del carcere per ricostruirsi una vita nel Viterbese, lasciando la Sicilia per sempre, si è chiuso formalmente il conto con la giustizia dell’unico responsabile riconosciuto dalla Cassazione. Eppure, la tragedia nota come quella del “Mostro di Marsala” rimane una fitta rete di zone d’ombra, ricostruzioni mutevoli e piste cancellate prima di poter trovare un riscontro definitivo.
La mattina del 21 ottobre 1971 le sorelline Virginia e Ninfa Marchese, rispettivamente di 9 e 7 anni, insieme alla loro amica Antonella Valenti, 11 anni, percorrevano i circa duecento metri che le separavano dall’istituto elementare per accompagnare Liliana, la sorella più piccola di Antonella. Visto l’ingresso in aula della bambina, le tre intraprendevano la strada del ritorno, ma a casa non avrebbero più fatto rientro. Era il nonno di Antonella, Vito Impiccichè, che si prendeva cura della nipote mentre i genitori si trovavano in Germania per lavoro, a lanciare l’allarme ai carabinieri. La risposta della comunità era immediata: oltre duecentocinquanta volontari si univano alle forze dell’ordine per setacciare le vaste campagne marsalesi, spingendosi fino ai territori di Castelvetrano, Mazara del Vallo e Campobello. Le indagini venivano affidate al procuratore della Repubblica Cesare Terranova, affiancato da investigatori di spicco come il colonnello Carlo Alberto dalla Chiesa, il magistrato Giangiacomo Ciaccio Montalto e il maresciallo Lenin Mancuso.
La prima ipotesi di un crimine a sfondo sessuale portava gli inquirenti a un censimento di tutti i soggetti con precedenti specifici per sottoporli a interrogatorio, mentre diverse testimonianze parlavano di un giovane notato nei pressi della scuola e di una Fiat 500 blu su cui le piccole sarebbero salite. La pista fornita da un benzinaio tedesco, Hans Hoffmann, che affermava di aver visto delle bambine battere i pugni sul vetro di un’auto per chiedere aiuto, si infrangeva subito con la versione di Giuseppe Li Mandri, che dichiarava di essere stato lui alla guida dell’auto, con il figlio seduto sul sedile posteriore. La moglie di Li Mandri smentiva tuttavia l’esistenza di un parente ricoverato e, prima che il giudice potesse approfondire la questione o riascoltare Hoffmann (nel frattempo rientrato in Germania), Li Mandri moriva improvvisamente precipitando da un ponteggio durante il lavoro.
Il dramma si concretizzava la mattina del 26 ottobre, quando il corpo di Antonella veniva trovato casualmente da un idraulico in una scuola abbandonata in contrada Rakalia. L’edificio, perquisito soltanto il giorno prima senza esito, era stato raggiunto nella notte sfruttando un blackout che aveva lasciato al buio l’intera zona. La bambina, con la testa avvolta da nastro adesivo da imballaggio che ne aveva causato il soffocamento e parzialmente carbonizzata, non aveva subito violenze sessuali: gli esami rivelavano che era stata nutrita con pane, salame e cibi in scatola, rimanendo in vita fino a poche ore prima del ritrovamento.
L’analisi del rotolo di nastro privo di impronte guidava gli inquirenti verso l’unica azienda che lo utilizzava a Marsala, la cartotecnica di San Giovanni, e verso Michele Vinci, fattorino della ditta, proprietario di una 500 blu e zio di Antonella. Nonostante un alibi iniziale legato a una breve assenza da casa durante la notte del 25 ottobre, Vinci, convocato in Procura il 9 novembre insieme alla moglie e alla nipote Pina, crollava intorno alle 22.40: confessava il sequestro dettato da una morbosa attrazione per la nipote e rivelava di aver gettato le sorelle Marchese in una cava di tufo profonda circa venti metri in contrada Amabilina, nel podere dell’agricoltore Giuseppe Guarrato. All’alba del 10 novembre i corpi delle due sorelle venivano recuperati; le tracce di unghiate sul tufo reso morbido dalla falda acquifera, una scarpetta e un paio di mutandine dimostravano che le due bambine erano ancora vive quando finivano nel pozzo, mentre l’autopsia rilevava fenomeni asfittici nei tessuti che non escludevano una morte avvenuta altrove.

Se la vicenda pareva risolta, l’analisi dei dettagli riapriva non pochi dubbi: sul nastro adesivo vicino al pozzo veniva trovata una striscia di circa un metro con attaccati capelli biondi femminili mai attribuiti, ipotizzando la presenza di una complice. Trasferito al carcere di Mistretta, Vinci cominciava a mutare versione negli interrogatori al cospetto del giudice istruttore Libertino Russo: parlava di una bevanda drogata offertagli da uno sconosciuto e forniva orari e luoghi di prigionia impossibili da gestire senza aiuti in una zona abitata. Se una prima perizia psichiatrica nel settembre 1972 si divideva sulla sua capacità mentale, una seconda perizia affidata a tre famosi specialisti campani lo definiva un freddo simulatore incline alla menzogna.
Al processo celebrato a Trapani con Ciaccio Montalto come Pubblico ministero, Vinci ritrattava le ammissioni e accusava prima il suo datore di lavoro Franco Nania, poi Nicola De Vita (zio delle sorelle Marchese), e infine parlava di un memoriale scagionante affidato a un parroco, padre Fedele, morto per ischemia cerebrale pochissimi giorni prima dell’udienza. Il 10 luglio 1975 la Corte d’Assise di Trapani condannava Vinci all’ergastolo (poi ridotto a 28 anni in appello).
Negli anni si rincorrevano piste ben più complesse. Il magistrato Ciaccio Montalto confidava allo scrittore Vincenzo Consolo la convinzione che il padre di Antonella, Leonardo Valenti, fosse un corriere della droga per Cosa Nostra fuggito in Germania per recidere i legami, e che il rapimento rappresentasse una ritorsione mafiosa per farlo tornare. Altre testimonianze rese al giornalista Rai Vito Palmeri e ribadite a “Chi l’ha visto?” ipotizzavano che il delitto fosse la ritorsione per il rifiuto di Valenti e Vinci di partecipare al sequestro del deputato regionale della DC Salvatore Grillo. Nel 1989 Paolo Borsellino, allora procuratore di Marsala, riapriva il caso dopo una puntata di “Telefono giallo”, ma la mancanza di nuove prove costringeva la Procura ad archiviare nuovamente il fascicolo, lasciando per sempre irrisolti i reali contorni di quella tragica vicenda.



