Shabbar Abbas, già all’ergastolo per aver ucciso la figlia, torna davanti ai giudici di Reggio Emilia. Oggi la prima udienza.
Reggio Emilia – C’è un nome che l’Italia non è ancora riuscita a dimenticare: quello di una ragazza di 18 anni uccisa per aver detto no. E oggi quel nome torna in un’aula di tribunale. Shabbar Abbas, il padre di Saman già condannato all’ergastolo in via definitiva per l’omicidio della figlia, deve ora rispondere di un’altra accusa: aver tentato di costringerla a un matrimonio che lei non voleva. La prima udienza è fissata per lunedì 19 ottobre davanti al giudice Stefano Catellani, nel tribunale di Reggio Emilia.
A trascinare di nuovo Abbas davanti ai giudici è l’inchiesta della Pm Maria Rita Pantani, che per il nuovo processo ha citato come testimoni il fratello di Saman, Alì Haider, e il suo ex fidanzato, Ayub Saqib: due voci già ascoltate nel dibattimento sulla morte della giovane, chiamate oggi a raccontare ancora una volta la stessa, soffocante pressione familiare.

La vicenda affonda le radici nella notte tra il 30 aprile e il primo maggio 2021, quando Saman sparì nel nulla da Novellara, piccolo comune del Reggiano. Il suo corpo fu ritrovato soltanto un anno e mezzo dopo, sepolto in un casolare a poche centinaia di metri da casa. Per quel delitto la Cassazione ha confermato l’ergastolo anche alla madre, Nazia Shaheen, e ai cugini Ikram Ijaz e Noman Ul Haq, mentre lo zio Danish Hasnain è stato condannato a 22 anni.
Secondo l’accusa, dietro l’omicidio ci sarebbe stata proprio la volontà di piegare la ragazza a un matrimonio combinato con un cugino residente in Pakistan, al quale era stata promessa anni prima. La sua colpa, agli occhi della famiglia, era una sola: aver scelto di vivere all’italiana e di amare chi voleva lei.
A dare forza alle accuse è un documento rimasto a lungo riservato. Il 22 aprile 2021, appena una settimana prima di morire, Saman si era presentata dai carabinieri per denunciare i genitori: “Sono intenzionata a presentare denuncia contro i miei genitori per il fatto che trattengono i miei documenti e non me li hanno voluti consegnare neanche davanti a voi”. E ancora: “Hanno deciso che a giugno andremo in Pakistan per il mio matrimonio. Preciso che non voglio sposarmi con mio cugino”. Parole che oggi pesano come pietre.
Non è l’unico processo in arrivo. Anche la madre, Nazia Shaheen, dovrà rispondere di tentata costrizione alle nozze: l’udienza preliminare, aperta a settembre, proseguirà a gennaio. Due procedimenti paralleli che riaprono la ferita di una storia che continua a chiedere giustizia.



