Resta da verificare la compatibilità con Francesco Dolci, che ha rifiutato di sottoporsi al prelievo di confronto.
Bergamo – A un anno dal tragico omicidio di Pamela Genini, le indagini sulla profanazione della sua sepoltura si concentrano sui dettagli infinitesimali lasciati la notte dell’incursione. Nel cimitero di Strozza, i carabinieri del Nucleo Investigativo continuano a cercare risposte tra i reperti scientifici, focalizzandosi su impronte digitali e tracce biologiche nel tentativo di dare un volto a chi ha violato la tomba della ventinovenne.
Tra tutti i reperti al vaglio del RIS, l’attenzione degli esperti è catalizzata da un frammento di nastro adesivo, servito a richiudere il loculo dopo l’asportazione della testa della giovane. Proprio vicino a un punto di taglio, che gli investigatori ipotizzano possa essere stato effettuato con i denti, è stata isolata una traccia biologica. Sulla natura di questo DNA si apre tuttavia un giallo parallelo, poiché i consulenti di Francesco Dolci, unico indagato nella vicenda, sostengono si tratti di un profilo femminile, mentre gli accertamenti investigativi lo attribuiscono a un uomo. Resta da verificare la compatibilità con il quarantunenne di Sant’Omobono Terme, il quale ha rifiutato di sottoporsi al prelievo di confronto. La sua posizione rimane al centro delle verifiche, pur senza costituire da sola una prova di responsabilità.
L’attività degli investigatori non si ferma al nastro isolante, ma passa al setaccio la superficie interna della lastra provvisoria e gli elementi impiegati per la risigillatura, tra cui un tassello di fissaggio collocato nella parte superiore. Secondo la ricostruzione dei Carabinieri, l’operazione non avrebbe richiesto necessariamente più persone, in quanto un singolo individuo avrebbe potuto compierla da solo estraendo parzialmente la bara dal loculo e inclinandola per agire sul corpo.
Sviluppi decisivi potrebbero giungere dalle perizie medico-legali e antropologiche affidate al dottor Matteo Marchesi dell’ospedale di Bergamo e a Marco Cummaudo del Labanof di Milano. Gli specialisti hanno il compito di identificare le caratteristiche della lama impiegata per la recisione alla base del collo e di definire con maggiore precisione la datazione del gesto. Poiché al momento del rinvenimento il taglio appariva già risalente nel tempo, le valutazioni tecniche serviranno a restringere la finestra temporale dell’azione.
La drammatica scoperta risale al 23 marzo dello scorso anno, quando gli addetti cimiteriali aprirono il loculo per trasferire la salma di Pamela nella cappella di famiglia, dopo una settimana di chiusura del cimitero per lavori. La lastra di copertura apparve subito inclinata e non sigillata correttamente, e una volta rimossa rivelò che la struttura interna era stata tagliata e che dal corpo della giovane mancava la testa. Ogni micro-traccia resta ora fondamentale per ricomporre il puzzle e fare luce sull’accaduto.
Pamela Genini uccisa con oltre 30 coltellate: Isolata una traccia di Dna sullo scotch utilizzato per richiudere la tomba di Pamela Genini


