Due anni sottoterra: il rapimento di Cesare Casella

Rapito nel gennaio 1988 e tenuto prigioniero nell’Aspromonte, il giovane fu liberato dopo 743 giorni.

Pavia – La nebbia di Pavia, quella sera del 18 gennaio 1988, era così fitta da inghiottire la strada a pochi metri di distanza. Cesare Casella aveva diciotto anni, il motore dell’auto ancora caldo e la testa piena dei pensieri ordinari di un ragazzo della sua età. In pochi secondi, il mondo conosciuto si dissolse nell’urto violento di un’altra vettura, nel metallo freddo di una pistola puntata alla tempia e nel buio improvviso di un bagagliaio.

Nessuno, allora, avrebbe potuto immaginare che quel ragazzo stesse entrando in un’odissea destinata a durare 743 giorni: un’eternità consumata nell’ombra, tra prigionia, silenzio e richieste di riscatto.

Dalla nebbia della pianura padana al cuore aspro dell’Aspromonte, la libertà di Cesare fu ridotta a uno spazio disumano. I suoi carcerieri lo nascosero in tre diversi covi, tra buche scavate nella terra e ripari improvvisati, dove il cielo era sostituito da lamiere, foglie e rami. Per lunghi periodi rimase incatenato al collo e alla caviglia, legato al tronco di un albero. Il suo unico contatto con il mondo esterno era il metallo della catena e il rumore lontano di una terra che non conosceva.

L’anonima sequestri calabrese gestiva la sua prigionia con spietata freddezza. Dopo una richiesta iniziale di otto miliardi di lire, la famiglia riuscì a pagare un miliardo alla vigilia di Ferragosto del 1988. Ma il riscatto non restituì Cesare ai suoi cari: il denaro fu incassato e il ragazzo venne trasferito in un altro nascondiglio, mentre le richieste ripresero.

Nel frattempo, le istituzioni cercavano di interrompere il flusso di denaro verso i sequestratori attraverso il congelamento dei patrimoni e l’azione della magistratura. Le trattative, però, continuavano a muoversi in un territorio opaco, segnato dalla paura e dall’omertà.

Fu allora che Angela Montagna, la madre di Cesare, decise di rompere ogni regola del silenzio. Nell’estate del 1989 scese in Calabria e portò la propria disperazione nelle piazze della Locride. Si incatenò davanti al tribunale di Locri, dormì in una tenda, cercò il dialogo con i sacerdoti e chiese pubblicamente la restituzione del figlio.

Angela Montagna

Quella sua fermezza le valse l’appellativo di “Mamma coraggio”. Il gesto di Angela trasformò una tragedia familiare in una questione nazionale: non più soltanto il sequestro di un ragazzo, ma la denuncia pubblica di un sistema criminale che prosperava sulla paura e sull’isolamento.

La morsa attorno all’organizzazione si strinse progressivamente. Il 24 dicembre 1989, durante un’operazione dei Gis, i carabinieri si finsero emissari della famiglia Casella per attirare gli esattori del riscatto. Giuseppe Strangio venne ferito e arrestato. L’operazione segnò un passaggio decisivo nelle indagini e rese ancora più difficile la posizione dei sequestratori.

Dopo 743 giorni di prigionia, Cesare Casella fu liberato il 30 gennaio 1990 a Natile di Careri, in Calabria. Aveva ancora la catena al collo quando raggiunse un’abitazione e chiese aiuto. La sua liberazione pose fine a uno dei sequestri più lunghi e drammatici della storia criminale italiana.

La vicenda di Cesare e la ribellione di Angela non cancellarono la stagione dei sequestri, ma contribuirono a incrinare il muro di omertà che la proteggeva. Una madre sola, incatenata in una piazza del Sud, aveva costretto l’Italia a guardare negli occhi la violenza dell’anonima sequestri. E aveva trasformato il dolore privato in un atto pubblico di accusa.