Pilastri della società e del welfare domestico, i senior affrontano nuovi bisogni. Serve una rete tra strutture, servizi e rete familiare.
Ci sono figure che, più di altre, raccontano il modo in cui un Paese costruisce i propri legami. In Italia i nonni sono una di queste. Sono memoria familiare, trasmissione di abitudini e tradizioni, presenza affettiva tra generazioni. Ma sono anche qualcosa di molto più concreto: accompagnano i nipoti a scuola, li tengono quando i genitori lavorano, intervengono nelle giornate in cui un imprevisto fa saltare l’organizzazione familiare, talvolta aiutano economicamente figli ormai adulti e continuano spesso a rappresentare un punto fermo anche quando i figli hanno costruito una famiglia propria.
Dietro l’immagine familiare del pranzo della domenica o del pomeriggio trascorso con i nipoti esiste, infatti, un patrimonio di tempo, relazioni e supporto difficile da quantificare concretamente ma profondamente radicato nel modello familiare italiano. Un capitale sociale che per decenni ha contribuito a tenere insieme generazioni diverse e che ancora oggi svolge una funzione che va ben oltre la dimensione affettiva.
In Italia la famiglia continua infatti a essere uno dei principali luoghi nei quali l’assistenza viene organizzata e scambiata. Secondo il Rapporto annuale Istat 2026, nel 2024 oltre 17 milioni di adulti hanno prestato aiuto a persone non conviventi, contro circa 12,5 milioni nel 2003. Il tempo complessivamente dedicato alle attività è stato stimato in 3,2 miliardi di ore nell’arco dell’anno. Guardando alla distribuzione delle ore di aiuto rilevate nelle quattro settimane precedenti l’intervista, il 34,5% è stato destinato all’accudimento dei bambini e il 19,3% all’assistenza degli adulti. Numeri che restituiscono una fotografia molto italiana dell’assistenza: una parte rilevante continua a essere organizzata dentro le relazioni familiari e, più che una successione ordinata dei ruoli, cambia forma nelle diverse fasi della vita: i genitori aiutano i figli, i nonni sostengono i nipoti, i figli adulti tornano progressivamente a occuparsi dei genitori che invecchiano.
Ed è proprio in questo scenario che la Festa dei nonni acquista un significato ulteriore.
L’Italia è oggi il Paese più anziano dell’Unione europea per quota di over 65. Al 1° gennaio 2026 le persone con almeno 65 anni sono 14,8 milioni, pari al 25,1% della popolazione, mentre gli ultraottantacinquenni hanno raggiunto i 2,5 milioni. L’età media della popolazione residente è salita a 47,1 anni.
Questo non significa, naturalmente, che essere anziani significhi essere fragili, né che tutti gli over 65 siano nonni. Al contrario, uno degli effetti della maggiore longevità è proprio l’ampliarsi delle esperienze e dei bisogni nella seconda parte della vita: si continua a lavorare più a lungo, si viaggia, si sostengono figli e nipoti, ci si occupa della famiglia e si mantiene spesso un elevato livello di autonomia.
È in questo scenario che si sviluppa la Silver Economy, intesa non soltanto come mercato rivolto a una popolazione che invecchia, ma come insieme di servizi, tecnologie e nuovi modelli capaci di accompagnare una vita più lunga e attiva. L’Osservatorio Longevity & Silver Economy del Politecnico di Milano, nella ricerca 2025 presentata a marzo 2026, sottolinea infatti come i bisogni degli over 55 attraversino ambiti molto diversi: salute e benessere, autonomia, sicurezza, gestione delle risorse economiche, relazioni sociali e partecipazione. L’aumento della longevità apre quindi nuove esigenze di assistenza, ma anche la necessità di ripensare prodotti e servizi affinché possano sostenere l’autonomia delle persone nelle diverse fasi della vita.
Secondo il Censis, nel 2026 il 36,6% degli over 65 dichiara di avere bisogno di qualche forma di aiuto nella quotidianità, pur mantenendo una condizione di autosufficienza. Vent’anni prima era il 18,3%. E quando quel bisogno emerge, la risposta continua ad arrivare soprattutto dalla famiglia: il 52,7% conta sui figli, il 49,6% sul partner e il 16% su altri parenti. Solo l’1,9% indica invece infermieri o assistenti domiciliari delle strutture pubbliche.
È qui che prende forma il paradosso della longevità italiana: la stessa famiglia che continua a fare affidamento sui nonni per sostenere la crescita dei bambini può diventare, con il passare degli anni, la rete chiamata a sostenere quegli stessi nonni. Non è una contraddizione, ma il risultato di una società nella quale l’assistenza continua a essere fortemente intergenerazionale e nella quale, vivendo più a lungo, si moltiplicano anche i ruoli che una persona può attraversare nel corso della vita.
Un nonno può avere sessant’anni, essere ancora pienamente inserito nel mercato del lavoro e occuparsi regolarmente dei nipoti. Può averne settantacinque, essere autonomo e rappresentare ancora un sostegno per figli e famiglia. Oppure può essere entrato in una fase della vita nella quale è lui ad avere bisogno di accompagnamento, assistenza o supporto sanitario. Non esiste, in altre parole, un momento preciso nel quale una persona smette di essere una risorsa e diventa qualcuno da assistere.
Tuttavia, stanno cambiando rapidamente sia la struttura demografica sia le famiglie sulle quali tradizionalmente si è appoggiato il sistema di cura e questo inciderà sempre più sull’assistenza. I dati parlano chiaro: in dieci anni gli ultranovantenni sono aumentati del 34,6%, mentre bambini e ragazzi tra 0 e 14 anni sono diminuiti del 16,7%. Nel frattempo, il 37,1% delle famiglie italiane è ormai composto da una sola persona. Le reti parentali diventano così più lunghe dal punto di vista generazionale, perché più generazioni possono convivere nello stesso arco temporale, ma anche più strette: meno figli, meno fratelli, nuclei mediamente più piccoli. Se per decenni la famiglia allargata ha rappresentato una forma di “welfare spontaneo”, il punto diventa quindi capire quanto questo modello possa continuare a reggere mentre cambiano le proporzioni tra le generazioni e aumentano i bisogni legati all’età.
Di fronte a una domanda di assistenza destinata a crescere, la questione diventa capire quali strumenti possano affiancare le famiglie. In Italia la risposta passa attraverso servizi pubblici, assistenza domiciliare, professionisti sociosanitari, badanti, servizi privati e soluzioni di teleassistenza: una rete che negli ultimi anni si è ampliata, ma che deve confrontarsi con bisogni sempre più articolati.
Sul fronte pubblico, il PNRR ha posto tra gli obiettivi il potenziamento dell’assistenza domiciliare, con il traguardo di prendere in carico almeno il 10% della popolazione over 65. Secondo il monitoraggio Agenas, nel 2025 sono stati raggiunti oltre 1,6 milioni di anziani, pari all’11,3% degli over 65, superando il target previsto. Un avanzamento significativo rispetto a una copertura che nel 2019 si attestava intorno al 5%, ma che fotografa anche la dimensione della sfida: i bisogni legati alla longevità vanno molto oltre la sola assistenza sanitaria domiciliare.
Gran parte della gestione quotidiana continua, infatti, a ricadere sulle famiglie. Secondo il Family (Net)Work Censis-Assindatcolf 2025, tra chi ha una persona non autosufficiente nel proprio nucleo il 64,3% dichiara di esserne caregiver. Un ruolo che comprende attività molto diverse: il 90,7% gestisce regolarmente pratiche amministrative, il 75,3% accompagna il familiare a visite mediche o terapie, mentre altri garantiscono presenza durante il giorno o la notte o prestano assistenza diretta nelle attività quotidiane.
Il caregiver familiare diventa così spesso il punto nel quale convergono bisogni sanitari, organizzativi e relazionali. E non sempre questo ruolo può essere conciliato senza conseguenze con il resto della vita: chi assiste un genitore anziano può essere contemporaneamente un lavoratore, un partner e un genitore, con tempi e responsabilità che inevitabilmente si sovrappongono.
Per questo, in una società sempre più longeva, parlare di assistenza significa andare oltre la contrapposizione tra famiglia e servizio pubblico. La sfida è costruire una rete di supporto capace di affiancare il caregiver lungo tutto il percorso di assistenza: dalla gestione quotidiana alle situazioni di emergenza, dall’orientamento ai servizi alla possibilità di ricevere supporto anche a distanza.
Forse è proprio questo uno dei significati meno raccontati della Festa dei nonni. Celebrare il loro ruolo non significa soltanto riconoscere ciò che hanno rappresentato e continuano a rappresentare nella vita dei nipoti. Significa anche interrogarsi su come preservare quel patrimonio di relazioni senza dare per scontato che la famiglia possa assorbire indefinitamente ogni bisogno di assistenza.
Perché in una società longeva i ruoli non sono immobili. Chi oggi accompagna un nipote a scuola potrebbe domani aver bisogno che qualcuno lo accompagni a una visita. Chi oggi sostiene economicamente un figlio potrebbe, molti anni più tardi, aver bisogno del suo tempo.
La domanda, allora, non è stabilire chi debba prendersi cura di chi. È capire come costruire un sistema nel quale famiglie, caregiver, servizi pubblici e assistenza professionale possano sostenersi reciprocamente. Perché vivere più a lungo possa continuare a essere un patrimonio, senza trasformarsi in una responsabilità che passa, quasi automaticamente, da una generazione all’altra.
A firma di Giorgia Ventura, responsabile Business Development di International Care Company.



