L’uomo, non indagato, ha consegnato due computer e una chiavetta usb: “Arriverà il momento in cui avremo qualcosa da dire”.
Pietracatella (Campobasso) – C’è un uomo che, in una sola giornata, entra ed esce per tre volte dalla questura di Campobasso. Scuro in volto, scortato dagli agenti, poi di nuovo lì di sua spontanea volontà, con una chiavetta usb in mano e infine con due computer sottobraccio. È Gianni Di Vita, commercialista ed ex sindaco del paese, marito e padre delle due donne uccise dalla ricina lo scorso dicembre. La moglie Antonella Di Ielsi, 50 anni, e la figlia Sara, appena 15. Lui non è indagato, ripetono gli investigatori. Ma quel via vai davanti agli obiettivi dei cronisti racconta, meglio di mille parole, che il giallo di Pietracatella è entrato nella sua fase più incandescente.
Tutto comincia all’alba di lunedì, quando gli agenti della Squadra Mobile e del Servizio Centrale Operativo bussano alla porta dell’abitazione di Di Vita e poi ai suoi due studi: quello di via Risorgimento 18, proprio di fronte alla casa dove madre e figlia furono avvelenate, e quello di via D’Amato nel capoluogo, dove l’uomo lavorava fianco a fianco con la moglie. È lui stesso ad aprire agli agenti. Nel capoluogo le operazioni si allungano per oltre un’ora, poi la polizia porta via documenti, materiale digitale e, soprattutto, la borsa di Antonella Di Ielsi, rimasta in ufficio dopo la morte della donna.
Il primo passaggio in Questura è una tappa obbligata: Di Vita deve firmare il verbale di sequestro. Esce verso mezzogiorno, ma poco dopo torna a sorpresa per consegnare una chiavetta usb. Ai giornalisti che lo incalzano concede solo tre parole: “Sono serenissimo”. In serata, poco dopo le 18, l’ennesimo colpo di scena: rientra negli uffici con due computer, affidati agli investigatori perché ne copino ogni contenuto. “Arriverà il momento in cui avremo qualcosa da dire”, lascia cadere prima di sparire.
A tenere la barra dritta è il suo legale, l’avvocato Vittorino Facciolla, che parla di piena collaborazione: “Tutto ciò che serve alla ricerca della verità ci lascia tranquilli. Non abbiamo la preoccupazione di rincorrere la notizia o di giungere a facili conclusioni“. Le perquisizioni, spiega, hanno riguardato immobili a disposizione dell’intera famiglia “e non del solo Gianni”.
Dietro il balletto di ingressi e uscite c’è un’inchiesta che ha cambiato marcia. La procuratrice di Larino, Elvira Antonelli, procede per duplice omicidio premeditato e le perquisizioni non sono state a tappeto, ma mirate: gli inquirenti cercavano materiale preciso, dopo aver raccolto negli ultimi giorni nuovi elementi ritenuti significativi. Intanto, in parallelo, sono partiti gli accertamenti sul computer e sulle dieci pen drive sequestrati lo scorso 31 luglio: sessanta giorni di tempo per estrarre e analizzare chat, foto, email e soprattutto eventuali ricerche online su come procurarsi la ricina.
Resta il nodo che tiene in scacco tutti da nove mesi: da dove arrivò il veleno. Un composto potentissimo, inodore e insapore, che i medici del Robert Koch Institute di Berlino stanno cercando persino su vestiti e mobili di casa. Attorno alla morte di Antonella e Sara si muove un intreccio di testimonianze discordanti, confronti all’americana e una pista passionale ancora tutta da verificare. Con una sola persona finora iscritta nel registro, una cara amica di Antonella, indagata per favoreggiamento. E con quei tre ingressi in questura che pesano, ora, più di qualsiasi dichiarazione.


