A cinquant’anni dalla morte di Simonetta Ferrero, il massacro nei bagni dell’ateneo milanese resta un cold case privo di colpevole e di un movente chiaro.
Milano – L’ombra di un fantasma s’aggira ancora tra le volte secolari e i chiostri dell’Università Cattolica del capoluogo meneghino. È l’ombra dell’assassino che il 24 luglio del 1971 recideva la vita di Simonetta Ferrero con trentatré coltellate, lasciando dietro di sé soltanto un’impronta insanguinata sulla porta di un bagno dell’ammezzato e una scia di interrogativi destinati a rimanere senza risposta.
A distanza di decenni, questa vicenda conserva intatto il suo carico di mistero, non soltanto per l’assenza di un colpevole, ma per l’assurdità intrinseca di un massacro che si consumava in un luogo percepito come un santuario di pace, cultura e devozione, proprio nel cuore di una Milano rovente che si preparava alla pausa estiva.
La vittima non era una figura da prima pagina nei turbolenti anni della contestazione. Ventisei anni, una laurea in Scienze Politiche conseguita nello stesso ateneo, una professione avviata come selezionatrice del personale alla Montedison e un’intensa attività nel volontariato tra Croce Rossa e Dame di San Vincenzo rappresentavano il profilo di una ragazza della buona borghesia che alla contestazione giovanile preferiva le vacanze in famiglia e l’impegno sociale. La mattina del suo omicidio, Simonetta si muoveva con la disinvoltura di chi si preparava a partire per le ferie. Dopo un passaggio in profumeria e l’acquisto di un dizionario italiano-francese dal libraio di fiducia, prendeva la decisione di varcare la soglia della sua vecchia università, probabilmente per un’esigenza estemporanea o per un piccolo favore a un’amica. Fu quella deviazione imprevista a consegnarla nelle mani del suo carnefice.

Resta inspiegabile come un massacro di tale ferocia possa essere avvenuto all’interno di una struttura controllata senza che nessuno si accorgesse di nulla. Il blocco G, posizionato nel punto più defilato dell’ateneo rispetto all’ingresso principale di largo Gemelli, offriva all’assassino la copertura ideale. Al piano inferiore una squadra di muratori lavorava con martelli pneumatici, coprendo qualsiasi grido di aiuto o rumore di lotta, mentre l’ateneo si presentava semideserto per la pausa estiva, riducendo al minimo il rischio di incontri casuali nei corridoi. L’aggressore agiva con una furia devastante, sferrando ventisette colpi profondi al torace e all’addome prima che la vittima potesse tentare una fuga efficace. Non vi era rapina, poiché gli oggetti di valore e il denaro nella borsa non venivano toccati, e l’autopsia escludeva categoricamente la violenza sessuale, lasciando sul campo solo l’ipotesi di un attacco d’odio cieco e improvviso o la reazione spietata a un rifiuto.
I primi giorni di indagine si trasformavano in un labirinto di ipotesi che spaziavano dalle conoscenze della vittima all’ambiente lavorativo, fino a ipotizzare la vendetta di qualche candidato scartato alla Montedison. Passavano al vaglio degli inquirenti le posizioni dei muratori presenti nel cantiere, degli studenti rimasti in città e del giovane seminarista che per primo dava l’allarme il lunedì mattina, attratto dallo scroscio ininterrotto dell’acqua del bagno. Nessun sospetto resisteva alle verifiche degli alibi o all’assenza di tracce ematiche sugli abiti. L’omicida pareva essersi dissolto nel nulla, favorito anche dal ritardo di oltre quarantotto ore con cui veniva scoperto il cadavere, un lasso di tempo sufficiente per pulirsi, cambiare abito e far sparire l’arma del delitto.

Negli anni successivi non mancavano lettere anonime e tentativi di collegare la vicenda ad altre morti misteriose avvenute in Lombardia, ma la mancanza di prove concrete faceva scivolare l’inchiesta verso l’archiviazione. Oggi il caso della Cattolica è considerato uno dei cold case più emblematici della cronaca nera italiana. Se un delitto analogo avvenisse nell’era della genetica forense, i frammenti di pelle trovati sotto le unghie di Simonetta, che tentava disperatamente di difendersi, avrebbero restituito un profilo genetico in grado di incastrare il colpevole. La speranza di dare un nome al volto del blocco G resta affidata alla riesamina delle fotografie dell’epoca, alla digitalizzazione dell’impronta della mano lasciata sul legno e alla ricerca di eventuali reperti ancora conservati nei magazzini giudiziari, senza i quali la morte di Simonetta Ferrero rimarrà consegnata alla storia come un enigma irrisolto consumatosi all’ombra dei chiostri milanesi.



