Il Tar conferma la chiusura del punto nascita dell’ospedale Immacolata. Ira in Cilento: “Così si mette a rischio la vita delle partorienti”.
Sapri – Nel lembo più a sud della provincia di Salerno, là dove il Cilento si tuffa nel mare al confine con Basilicata e Calabria, mettere al mondo un figlio rischia di diventare una corsa contro il tempo, lungo strade tortuose e collegamenti difficili. È lo scenario che si apre dopo la sentenza del Tar Campania, che ha respinto i ricorsi dei Comuni contro la chiusura del punto nascita dell’ospedale “Immacolata” di Sapri, l’unico presidio dove venire alla luce per un vasto territorio del Golfo di Policastro. Una decisione che archivia il contenzioso giudiziario ma riapre, drammatica, la partita sul diritto a nascere in sicurezza.
I giudici amministrativi non hanno cancellato la delibera della Giunta regionale n. 418 del giugno 2025, ritenendola non immotivata: la chiusura poggia sul diktat dei Ministeri della Salute e dell’Economia, che impongono lo stop ai punti nascita “in deroga” come condizione per uscire dal piano di rientro. A far discutere è la motivazione: il Tar parla di “totale assenza di disagio oro-geografico” e attribuisce il basso numero di parti alla “scarsa fidelizzazione” delle partorienti. Proprio le carte che, secondo il territorio, fotografano un’area difficile e periferica.
A rompere gli indugi è Mario Polichetti, responsabile nazionale del dipartimento Salute dell’Udc. “La sentenza va rispettata, ma non può essere considerata la conclusione della discussione sulla sanità di Sapri”, avverte. Da questo momento, insiste, Regione e azienda sanitaria devono mettere nero su bianco un progetto concreto: “Bisogna spiegare con chiarezza ai cittadini quale sarà il nuovo modello di assistenza e come verranno garantiti sicurezza e continuità delle cure“.
“Se cambia l’organizzazione del punto nascita – incalza – bisogna sapere quali servizi saranno garantiti, con quali medici e operatori, come verranno gestite le emergenze e quanto tempo servirà per accompagnare una persona verso un altro ospedale. I cittadini hanno bisogno di certezze, non di formule amministrative”. Il nodo, ricorda, è anche il personale: “Non possiamo parlare di sanità di prossimità se poi mancano medici, infermieri e ostetriche“.
Il paradosso è tutto qui, nelle distanze. “Non si può organizzare la sanità guardando soltanto ai numeri“, ammonisce Polichetti. “Un conto è vivere in una grande città, dove esistono più strutture raggiungibili in pochi minuti, un altro è vivere in un territorio periferico”, aggiunge. Nelle aree interne, ammonisce, un servizio sanitario efficiente significa anche contrastare lo spopolamento e difendere la coesione sociale.
Sulla stessa linea i sindacati. Il NurSind, con Biagio Tomasco, chiede una moratoria finché non sarà verificata la reale operatività del trasporto materno (Stam) e di quello neonatale d’emergenza (Sten) verso l’hub di Vallo della Lucania: “La sicurezza non si certifica con una sentenza”. E anche Cgil e Cisl avvertono che alla chiusura deve seguire una rete davvero funzionante, con percorsi certi per le urgenze e tempi di trasferimento compatibili con la vita. Ora la palla passa alla Regione, chiamata a dimostrare che dietro il timbro di un atto amministrativo non si nasconda l’ennesima ritirata dello Stato dai piccoli centri.