Dalla testimonianza in tribunale all’aiuto agli investigatori sui latitanti corleonesi: storia di un omicidio rimasto senza colpevoli.
Palermo – Nel 1977 Salvatore Castelbuono, vigile urbano di Bolognetta, era stato chiamato a deporre nel processo contro Giuseppe Pitarresi, il vecchio patriarca mafioso del paese, accusato di aver fatto uccidere due persone. Pitarresi è stato assolto. Meno di un anno dopo, il 26 settembre 1978, Castelbuono è stato ammazzato su una strada provinciale tra Bolognetta e Villafrati, e quella testimonianza è diventata una delle ipotesi su cui hanno lavorato gli investigatori.
Il suo peso in paese non proveniva soltanto dall’aula. Castelbuono conosceva il territorio e le persone che lo abitavano e con quella conoscenza aveva aiutato i carabinieri della stazione di Bolognetta e il reparto di polizia giudiziaria di Palermo, indicando movimenti e presenze di latitanti mafiosi. Erano informazioni che gli inquirenti, da soli, difficilmente avrebbero raccolto. Il figlio Antonio ha spiegato che il padre si era limitato a fare il proprio dovere, senza curarsi dei rischi, e che proprio questa lealtà gli è stata fatale.
L’allarme scattò intorno alle nove del mattino. Alcuni automobilisti videro quattro giovani allontanarsi su una BMW blu e si fermarono: trovarono Castelbuono nella sua Opel Kadett, ancora vivo. Sarebbe morto poco dopo. Secondo la ricostruzione dei cronisti, l’auto dei killer lo aveva tamponato mentre andava al lavoro. Uno di loro era sceso, aveva accertato che fosse proprio lui e aveva fatto fuoco a distanza ravvicinata.
Aveva quarantasei anni, era nato a Palermo ma era cresciuto a Bolognetta, dove era tornato dopo il servizio militare al Nord. Con Rosaria aveva costruito una famiglia numerosa con quattro figli: Giuseppe, Carmela, Cesare e Antonio. Dal 1958, dopo aver superato il concorso, lavorava nella polizia municipale del paese e ci era rimasto fino alla morte.
Nelle ore successive i carabinieri organizzarono posti di blocco e interrogarono decine di persone, a cominciare dai parenti e dai colleghi di lavoro. La pista giudicata più credibile portava ai latitanti corleonesi che frequentavano la zona: il delitto fu rivendicato con una telefonata anonima al reparto operativo dei carabinieri di Palermo. Si è valutato anche un movente legato all’edilizia, con il sospetto che il vigile fosse venuto a conoscenza di gravi irregolarità e che qualcuno interessato allo sviluppo urbanistico dell’area avesse voluto zittirlo.
Sull’arma restano versioni diverse: la cronaca dell’epoca parla di colpi di lupara, mentre la scheda dedicata alle vittime del dovere riferisce di cinque colpi di pistola P38.