Il collezionista di ossa della Magliana: il giallo irrisolto

Risale a quasi vent’anni fa il rinvenimento di uno scheletro appartenente a cinque persone diverse mai identificate.

Roma – È uno dei gialli più intricati della cronaca nera capitolina. Comincia con la scomparsa di un pensionato e, quattro anni dopo, con il rinvenimento di resti ossei tra le fiamme di un canneto. Solo che quelle povere ossa carbonizzate non appartengono a una persona: sono state assemblate mettendo insieme frammenti scheletrici di cinque individui.

Quello che la stampa chiamò il caso del “collezionista di ossa della Magliana”.

Erano le 14 del 26 luglio 2007. Alla sala operativa dei vigili del fuoco giungeva una chiamata per sterpaglie in fiamme in via Pian Due Torri, tra lo stabilimento Saferrot e un campo nomadi. Un rogo che gli investigatori riterranno poi di natura dolosa.

Tra gli operatori c’era Salvatore Fumaselli, che stava spegnendo le fiamme con la manichetta. Il getto d’acqua smosse le erbacce e fece rotolare verso di lui un oggetto bianco. Sembrava un sasso. Ma era un teschio.

Via Pian Due Torri dove vennero rinvenuti i resti ossei

Immediato l’allarme al 113. E insieme alla Scientifica arrivò anche il medico legale, il dottor Luigi Cipollotti. I primi rilievi fecero constatare che non si trovavano di fronte a un corpo bruciato ma a uno scheletro che era già lì, annerito dalle fiamme. Poco distante, un marsupio con due mazzi di chiavi e i documenti di un 77enne, Libero Ricci, scomparso il 31 ottobre del 2003, dopo essere uscito dalla sua abitazione, a circa un chilometro di distanza dal luogo del rinvenimento, per fare una passeggiata verso il fiume.

L’uomo amava la pesca e, fino a quando era stato in grado, andava in auto a Fiumicino per praticare il suo hobby preferito. Da quando, però, le sue condizioni di salute non glielo consentivano più, si divertiva a camminare verso il Tevere.

Il collegamento, da parte degli inquirenti, tra lo scheletro e Ricci fu consequenziale. D’altro canto vicino a quei resti umani c’erano anche vestiti da uomo. Ma i familiari chiarirono presto che non si trattava degli abiti del pensionato. Una constatazione che fece sorgere diverse domande inquietanti.

E le risposte furono affidate alle indagini forensi. La Procura di Roma dispose l’esame del DNA. L’équipe di Medicina Legale de La Sapienza, sotto la guida del genetista Emiliano Giardina, ritenne che la mandibola appartenesse a una donna.

Una scoperta che indusse gli esperti a fare la mappatura del DNA su ogni singolo osso. Quella rivelazione portò a un’altra sorprendente scoperta: le ossa appartenevano a cinque persone diverse, tre donne e due uomini. Cosa ancora più sconcertante, nessuna apparteneva a Libero Ricci.

A stupire ulteriormente fu la composizione dello scheletro, estremamente dettagliata, anatomicamente precisa, senza duplicati o sovrapposizioni. Unica singolarità era che al posto di mani e piedi c’erano solo alcune falangi. Per il resto, chi aveva ricomposto la struttura aveva disposto ogni singola porzione secondo una precisa ricostruzione anatomica. Tibie, peroni, vertebre e coste erano state posizionate in maniera impeccabile.

Una sorta di puzzle abilmente ricostruito. Gli esperti forensi, e con loro gli inquirenti, si trovarono di fronte a un rebus tanto complesso quanto raccapricciante. Cinque individui ricomposti in uno solo.

A quel punto la Procura decise di aprire un fascicolo per omicidio volontario plurimo e occultamento di cadavere.

L’ipotesi di trovarsi di fronte a un “penta-scheletro” scatenò un grandissimo clamore mediatico e fece scendere in campo esperti di diverse università: non solo de La Sapienza ma anche dell’ateneo di Tor Vergata, del laboratorio di antropologia e odontologia forense Labanof di Milano e del laboratorio CIRCE, collegato all’università della Campania “Luigi Vanvitelli”.

A quel punto la curiosità cresceva a dismisura ma anche la necessità di risalire alle identità delle persone che componevano quel puzzle. Fu necessaria una catalogazione:

Cranio, mandibola e colonna vertebrale furono attribuiti a F1, donna di età compresa tra i 45 e i 55 anni; omero sinistro, tibia destra e bacino a F2, donna di età compresa tra i 20 e i 35 anni; perone destro a F3, donna di età compresa tra i 35 e i 45 anni; scapola destra e omero destro a M1, uomo di età compresa tra i 40 e i 50 anni; e femore destro a M2, uomo di età compresa tra i 25 e i 40 anni.

Gli accertamenti stabilirono che le ossa risalivano a cadaveri morti in tempi differenti, e confermarono che lo scheletro dovesse essere stato ricomposto in un secondo momento.

Libero Ricci

L’ipotesi che i resti provenissero da un cimitero fu inizialmente considerata poco probabile per l’assenza di residui di zinco e legno riconducibili a una bara. Un’interpretazione che, negli anni successivi, l’antropologa Chantal Milani avrebbe però contestato: a suo giudizio, l’assenza di quei residui non era sufficiente a escludere l’origine cimiteriale.

A infittire il mistero furono i riscontri genetici, che evidenziarono come la donna catalogata come F1, morta tra il 2002 e il 2006, fosse una parente per linea materna di Libero Ricci.

Non solo gli effetti personali dell’anziano erano stati trovati vicino ai resti ma tra le ossa c’erano anche quelle di una parente del 77enne. Un’indicazione che aveva fatto pensare a una conoscenza diretta con la famiglia Ricci.

Ma in questo avvicendamento di novità eclatanti un’altra domanda sorgeva spontanea: che fine aveva fatto il pensionato scomparso a fine ottobre del 2003? Dell’uomo non si sarebbe saputo più nulla, facendo ipotizzare che potesse essere stato risucchiato da qualche mulinello dal Tevere.

Una delle curiosità che tornavano con prepotenza nel pensiero degli esperti era: questa chi poteva aver ricostruito quello scheletro con tale dovizia di particolari e senza commettere alcun errore?

A questa domanda seguirono una serie di risposte tra gli esperti medico-legali e inquirenti ma nessuna avvalorata da fatti concreti. Solo supposizioni. Poteva essere stato uno studente in medicina, un profanatore o qualcuno vicino alla famiglia Ricci che voleva depistare le indagini sulle sorti del pensionato.

La Procura di Roma, dopo 4 anni di fitte attività investigative, non riusciva a dipanare la fitta matassa del caso e chiedeva l’archiviazione dell’inchiesta. Istanza questa materialmente formulata dal Pm Antonino Monteleone, accolta poi con decreto dal Gip Nicola Di Grazia l’8 marzo 2011.

In realtà fra gli esperti forensi l’interesse sul caso delle ossa di cinque persone, decedute non per morte violenta, non si era mai spento. La dottoressa Milani, infatti, realizzò una ricostruzione facciale in 3D di F1 nel 2023, con lo scopo di cercare di dare un nome alla donna. Un tentativo che non sortì l’effetto sperato.

Fu ipotizzata la possibilità che alcuni di quei resti potessero appartenere a Emanuela Orlandi, ma il dubbio rimase soltanto una congettura senza alcuna prova a supporto. Poi, nel 2024, si pensò che il perone di F3 fosse riconducibile a Magdalena Chindris, scomparsa nel maggio del 1995. Anche quest’ultima ipotesi, però, rimase una suggestione non supportata da prove genetiche.

Da più parti, però, ancora oggi si sollecita una ripetizione degli accertamenti scientifici svolti su quello scheletro. Sono diversi gli esperti che chiedono di rifare daccapo tutto il lavoro. Lo hanno chiesto a gran voce l’antropologa Milani ma anche il collega Alfredo Coppa, che hanno sollecitato nuove indagini che potrebbero portare a nuovi sviluppi grazie a strumenti di indagine e banche dati molto più evoluti rispetto al 2007.

A distanza di quasi vent’anni restano senza nome cinque persone e senza risposta la domanda più inquietante: chi aveva composto quelle povere ossa poi nascoste nel canneto? E perchè?

Il fascicolo è chiuso in archivio, il mistero rimane.