Vito Genovese, perché la sicurezza non può avere bandiere

Dopo la morte del 45enne e gli arresti, una riflessione sul valore della vita, sulla giustizia e sulle strumentalizzazioni della cronaca.

Palermo – La notte di Ferragosto, nel quartiere Zen, Vito Genovese, 45 anni, incensurato, è stato trovato morto in via Girardengo. L’uomo avrebbe sorpreso alcuni ladri in un box vicino alla propria abitazione e sarebbe stato colpito più volte con un oggetto contundente, forse un cacciavite. Fatale il colpo al volto. Tre persone sono state arrestate e condotte in carcere, tra cui due minorenni.

La vicenda pone una domanda che va oltre la cronaca: perché alcune storie di violenza diventano immediatamente un caso nazionale, mentre altre sembrano faticare a trovare spazio nel dibattito pubblico?

Il confronto con il caso di Mario Roggero, il gioielliere che sparò ai rapinatori dopo un assalto alla sua attività, viene spontaneo. Quella vicenda divise l’opinione pubblica tra chi vedeva nel commerciante il simbolo della legittima difesa e chi denunciava i rischi della giustizia privata. La morte di Genovese racconta una situazione diversa, ancora tutta da chiarire, ma richiama la stessa questione: quanto conta la sicurezza dei cittadini al di là delle posizioni politiche?

Quando un episodio si presta allo scontro tra schieramenti, il dibattito si accende, le dichiarazioni si moltiplicano e la cronaca diventa terreno di confronto. Quando invece una persona muore in circostanze che non alimentano una contrapposizione immediata, il rischio è che l’attenzione si esaurisca rapidamente. Non è possibile affermare che sia accaduto questo nel caso di Palermo, ma è legittimo interrogarsi sui criteri con cui scegliamo quali tragedie trasformare in questioni nazionali.

La vita di una vittima non dovrebbe pesare diversamente a seconda delle circostanze in cui viene spezzata. Non importa se abbia reagito, se fosse armata o se abbia cercato di difendersi soltanto a parole: ogni morte violenta merita attenzione, rispetto e una ricerca rigorosa della verità.

La sicurezza, del resto, non significa autorizzare i cittadini a farsi giustizia da soli. Significa poter contare sulle istituzioni, sulla prevenzione e sulla capacità di individuare i responsabili. Nel caso di Genovese, saranno le indagini a chiarire che cosa sia realmente accaduto e chi debba risponderne.

Resta una considerazione: la sicurezza non dovrebbe essere un privilegio narrativo né uno strumento di propaganda. Dovrebbe essere un diritto concreto, da difendere senza doppi standard e senza aspettare che una tragedia diventi politicamente conveniente per riconoscerne la gravità.