L’inchiesta ha svelato un sistema di finti blitz antidroga guidato da una commissaria per gonfiare i risultati operativi. Tra i reati contestati figura anche il peculato.
Milano – Un’architettura di verbali manipolati, accuse fabbricate a tavolino e finti blitz antidroga orchestrati con la complicità di informatori interessati. È il quadro inquietante emerso dalle indagini della Procura di Milano sulla Polizia Locale, una vicenda che vede coinvolti quindici appartenenti al corpo e per la quale i magistrati sono tornati a richiedere la custodia cautelare in carcere nei confronti di sei agenti. Al centro del presunto sistema corruttivo figura la figura di una commissaria, indicata dagli inquirenti come l’organizzatrice di una catena di operazioni fasulle finalizzate a gonfiare i propri successi investigativi per compiere un salto di carriera.
Per accreditare un’efficienza sul campo altrimenti inesistente, il gruppo avrebbe sistematicamente alterato la realtà dei fatti nei documenti inviati alle autorità giudiziarie per la convalida dei fermi. I reati commessi dai fermati venivano sistematicamente ingigantiti, caricati di aggravanti insussistenti o inventati di sana pianta. In questo ingranaggio giocava un ruolo fondamentale un pusher del posto che, operando come informatore della pattuglia, sfruttava la divisa per liberarsi dei pusher concorrenti e dominare le piazze dello spaccio. In cambio di questo aiuto mutuo, secondo le accuse, gli agenti avrebbero accettato regali e si sarebbero appropriati di denaro e beni sequestrati; in una circostanza, a seguito di una perquisizione, un agente si sarebbe persino impossessato di una bicicletta elettrica del valore di mille euro.
L’intera impalcatura ha iniziato a crollare la scorsa estate, quando la denuncia presentata dal legale di un uomo finito nella rete degli abusi ha spinto la Procura ad aprire un fascicolo d’inchiesta. Tra le vicende ricostruite dai magistrati spunta l’episodio del 16 luglio scorso, quando gli agenti avrebbero spinto una propria collaboratrice a coordinare l’acquisto di droga da uno spacciatore per poi far scattare la trappola al momento dell’incontro. Nel resoconto ufficiale finì il sequestro di mezzo chilo di hashish, ma sparì nel nulla una somma di quasi 1.400 euro in contanti che il fermato sosteneva gli fosse stata sottratta. Un altro caso emblematico risale a metà gennaio, con il fermo di un minorenne accusato di aver tentato di vendere droga a una donna nei pressi di un condominio.
Dagli accertamenti è emerso che la presunta acquirente era la stessa commissaria ora finita sotto inchiesta, un dettaglio tenuto ben nascosto nelle carte ufficiali. Inoltre, la presunta reazione violenta del ragazzo descritta nel verbale sarebbe servita unicamente a giustificare la ferita al labbro procuratagli dagli operanti durante la colluttazione.
L’attività illegale si sarebbe estesa anche al di fuori dei confini municipali e delle norme di competenza. A fine aprile, gli agenti avrebbero inscenato un mai avvenuto scambio di sostanze a Settimo Milanese pur di giustificare un raid fuori giurisdizione, mentre pochi giorni dopo avrebbero attribuito a un uomo la disponibilità di stupefacenti rinvenuti in realtà in un’altra abitazione. L’operato della pattuglia aveva suscitato forte sdegno anche all’interno dello stesso comando, come testimoniato dall’intercettazione di una collega che si era apertamente opposta ai metodi brutali usati contro il minorenne, definendo senza mezzi termini quel fermo come un arresto forzato e scorretto. Dopo una prima ordinanza di custodia in carcere scattata ad agosto, il Tribunale del Riesame aveva attenuato le misure concedendo i domiciliari a cinque indagati. La Procura ha però sollecitato nuovamente il ripristino della massima misura cautelare, ritenendo elevatissimo il rischio che gli agenti possano ancora inquinare le prove.



