Tre rinvii a giudizio per il giallo dell’ex calciatore. Contestati omicidio, favoreggiamento e occultamento del corpo.
Avellino – La vicenda della scomparsa di Domenico “Mimì” Manzo approda in tribunale. Il gup di Avellino ha deciso che dovranno affrontare un processo tre persone coinvolte nell’inchiesta sull’ex muratore ed ex calciatore della Ternana, sparito nel nulla la sera dell’8 gennaio 2021 a Prata di Principato Ultra. Sul banco degli imputati finiranno gli ex fidanzati Alfonso Russo e Loredana Scannelli, accusati di omicidio aggravato da motivi abietti e occultamento di cadavere, mentre Romina Manzo, figlia della vittima, oggi 26enne, dovrà rispondere di favoreggiamento. Di Domenico, nonostante quasi sei anni di ricerche battendo palmo a palmo la zona, non è mai stata trovata alcuna traccia.
La notizia del processo è stata accolta da Romina come un’occasione per chiarire la propria posizione: “Così finalmente ci sarà un processo e si potrà accertare che io non c’entro niente, perché sono altri i responsabili della sua morte”, ha dichiarato al Corriere della Sera. Secondo l’accusa, però, la giovane avrebbe taciuto alcune frasi ritenute importanti e fornito indicazioni sugli orari che non combaciavano. Una ricostruzione contestata dalla sua avvocata, Federica Renna, che al quotidiano ha spiegato: “Ha solo confuso gli orari”, aggiungendo che, per quanto riguarda le parole che non sarebbero state riferite agli investigatori, “nell’immediatezza non gli diede il giusto peso”.
Al centro dell’impianto accusatorio c’è l’ipotesi che Manzo sia stato rincorso e ucciso da Russo e Scannelli dopo aver minacciato di denunciarli per questioni legate al consumo e allo spaccio di droga. Tutto sarebbe nato durante la festa di compleanno della figlia. Un dettaglio che gli investigatori considerano importante riguarda il cellulare della vittima, che avrebbe smesso di funzionare nei pressi di alcuni tombini. Russo, secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, conosceva bene la rete sotterranea perché lavorava come operatore ecologico e conosceva la mappa dei tombini e dell’intero sistema idrico e di depurazione.
Ci sono poi alcune frasi che, secondo l’accusa, getterebbero ombre pesanti sulla vicenda. Alle tre del mattino, l’uomo avrebbe detto a Romina: “È inutile continuare a cercarlo, tanto è morto e non si può fare più nulla”. Nei giorni successivi, rivolgendosi alla compagna, avrebbe poi sbottato: “Ma tu hai capito che sto rischiando trent’anni di carcere?”. Parole che gli investigatori inseriscono nel quadro degli elementi raccolti durante le indagini.
Quanto al corpo, l’ipotesi è che sia stato fatto sparire dopo essere stato sistemato nel bagagliaio di un’auto presa a noleggio e utilizzata dalla Scannelli. Nel documento accusatorio si parla di un portabagagli trovato sporco di terriccio e fogliame al momento della riconsegna. Un altro aspetto finito sotto la lente riguarda i rapporti tra padre e figlia e il risarcimento di 260mila euro ricevuto da Romina dopo un periodo di coma. Secondo gli inquirenti, Manzo avrebbe avuto paura che alcune persone della cerchia della giovane potessero approfittarsi di lei e che finisse per sperperare quella somma.



