Dalla spiaggia di Torvaianica ai palazzi del potere: a oltre settant’anni dal ritrovamento del corpo della ventunenne romana, il caso resta senza colpevoli.
Roma – È la mattina dell’11 aprile 1953, sabato Santo, quando il muratore Fortunato Bettini cammina sulla battigia di Torvaianica e scorge la sagoma di una giovane donna adagiata a pancia in giù. Indossa un maglioncino, una giacchetta e la biancheria intima, ma le mancano la gonna, le calze, le giarrettiere e le scarpe. Quella ragazza, riconosciuta due giorni dopo dai familiari, è Wilma Montesi: ventunenne di buona famiglia, aspirante attrice del quartiere Salario a Roma, scomparsa il 9 aprile precedente.
Da quel momento prende il via il primo vero “cold case” dell’Italia repubblicana, una vicenda che, partendo dalle spiagge del litorale romano, arriverà a travolgere i vertici della Democrazia Cristiana, la magistratura, la polizia e persino l’aristocrazia capitolina.
Inizialmente la Procura di Roma cerca di chiudere le indagini in tempi record, archiviando il caso come un banale e sfortunato incidente. Secondo la versione fornita dagli investigatori, Wilma, tormentata da un fastidioso eczema ai talloni, avrebbe raggiunto Ostia in treno per beneficiare dell’acqua di mare. Si sarebbe tolta le calze e le scarpe per fare un pediluvio e, colta da un’improvvisa sincope o da un malore legato al ciclo mestruale, sarebbe caduta in acqua, per poi essere trasportata dalle correnti marine fino a Torvaianica. Si tratta di una ricostruzione giudicata da subito surreale: oltre all’incoerenza dei tempi di mareggiata e all’assenza degli indumenti inferiori mai ritrovati, appare poco credibile che una ragazza in salute possa essere annegata in pochissimi centimetri d’acqua senza reagire.

È la stampa dell’epoca, rinvigorita dalla ritrovata libertà dopo gli anni del fascismo, a rifiutare la tesi ufficiale. Settimanali d’assalto come Attualità, diretto da Silvano Muto, e testate satiriche cominciano a scavare nei retroscena, trasformando il dramma privato nell’“affaire Montesi”. Emerge così un’ipotesi ben più torbida: Wilma non si trovava affatto ad Ostia per un pediluvio, ma nella vicina tenuta di Capocotta, riserva di caccia frequentata da alti esponenti del potere romano, industriali ed eredi aristocratici. Durante un festino a base di sesso e stupefacenti, la giovane avrebbe accusato un malore; pensando fosse morta e per evitare uno scandalo che avrebbe travolto nomi illustri, sarebbe stata abbandonata svenuta sulla spiaggia, dove l’asfissia per annegamento ne avrebbe poi causato la morte.
A consolidare le accuse e a far tremare i palazzi della politica interviene la testimonianza di Anna Maria Moneta Caglio, ribattezzata dai giornali il “Cigno Nero” per il collo lungo e la figura slanciata. Figlia di un notaio e già amante del marchese Ugo Montagna, figura ambigua del sottobosco romano tra potere e servizi, la donna accusa apertamente Piero Piccioni, celebre musicista jazz noto come “il Biondino” e soprattutto figlio di Attilio Piccioni, all’epoca Ministro degli Esteri, Vicepresidente del Consiglio e tra i favoriti alla successione di Alcide De Gasperi. L’impatto politico si rivela devastante su più fronti: Attilio Piccioni si vede costretto a rassegnare le dimissioni da ogni incarico pubblico per difendere il figlio, mentre nel settembre 1954 Piero Piccioni finisce in carcere con l’accusa di omicidio colposo, affiancato dagli arresti del marchese Ugo Montagna e dell’ex questore di Roma Saverio Polito, quest’ultimo accusato di aver orchestrato i depistaggi.

Il dibattimento si sposta nel 1957 alla Corte d’Assise di Venezia per evitare condizionamenti ambientali nella Capitale. In aula sfilano i volti noti del cinema e del jet-set, tra cui l’attrice Alida Valli, fidanzata di Piero Piccioni, la cui testimonianza offre un alibi decisivo all’imputato, confermando che il giovane si trovava con lei a Ravello nei giorni della scomparsa della Montesi. Il 27 maggio 1957 il processo si conclude con una raffica di assoluzioni con formula piena: Piccioni, Montagna, Polito e tutti gli altri imputati vengono prosciolti da ogni accusa. A pagare il conto con la giustizia sono invece i giornalisti e i testimoni che avevano alimentato la pista dei festini: Silvano Muto e la teste Adriana Bisaccia vengono condannati per calunnia, sorte che toccherà anni dopo anche alla stessa Moneta Caglio.

Nonostante le sentenze definitive abbiano scagionato i protagonisti di quel clamoroso scandalo, a oltre ottant’anni dalla tragica fine di Wilma Montesi la domanda iniziale rimane inevasa: chi ha ucciso la giovane del quartiere Salario? Restano i dubbi sulle reali cause del decesso, sui vestiti mai ritrovati e sulle perizie che confermarono la presenza nei polmoni della ragazza di una sabbia ferrosa tipica di Torvaianica e diversa da quella di Ostia. Ma sopra ogni cosa, il caso Montesi rimane il simbolo di un’epoca di passaggio, in cui la società italiana vide frantumarsi l’immagine d’innocenza del dopoguerra di fronte all’irrompere dei mass media, del fotogiornalismo e dell’ombra mai del tutto chiarita della “Dolce Vita” dei potenti.



