La Corte d’Assise d’Appello ha stabilito che la 49enne di Barga fu soffocata con un cuscino e non morì per overdose. Il compagno condannato a 14 anni.
Lucca – Svolta giudiziaria nel caso di Ursula Turri, l’operatrice socio-sanitaria di 49 anni rinvenuta priva di vita nel novembre del 2019 all’interno della sua abitazione a Barga, in provincia di Lucca. La Corte d’Assise d’Appello di Firenze ha ribaltato la sentenza di primo grado, condannando l’ex compagno della donna, Fabio Picciolo, a 14 anni e 8 mesi di reclusione per omicidio. In primo grado, nel febbraio 2024, il giudice dell’udienza preliminare del tribunale di Lucca aveva assolto l’uomo con rito abbreviato. Contro tale decisione avevano presentato ricorso sia la Procura sia la famiglia della vittima, costituita parte civile.
Il 19 novembre 2019 il corpo di Ursula fu trovato nel letto della sua camera e inizialmente si ipotizzò un decesso causato da un’overdose di sostanze stupefacenti, data la mancanza di ferite visibili. Tuttavia, gli approfondimenti medico-legali e gli accertamenti investigativi hanno successivamente delineato uno scenario differente, accertando che la donna è stata uccisa per soffocamento nel sonno tramite l’uso di un cuscino. A indirizzare i sospetti verso Picciolo sono stati diversi elementi indiziari, come l’assenza di segni di effrazione sugli accessi dell’abitazione, tracce che ipotizzavano ingressi nell’appartamento successivi al decesso, un alibi ritenuto poco solido e il ritrovamento di una chiave sul pavimento della camera da letto.
Nel processo di secondo grado, la Corte ha disposto la riapertura dell’istruttoria dibattimentale, ascoltando nuovamente i testimoni chiave e analizzando i dati informatici e i tabulati telefonici relativi ai dispositivi e alle celle di aggancio di vittima e imputato. A fronte di una richiesta di 16 anni formulata dal sostituto procuratore generale, i giudici d’appello hanno inflitto a Picciolo una pena di 14 anni e otto mesi. La Corte ha inoltre disposto provvisionali risarcitorie a favore dei familiari della vittima, pari a 100mila euro alla figlia, 80mila euro al padre e 30mila euro al fratello, demandando al giudice civile la quantificazione definitiva del danno



