Una complessa operazione porta al recupero di preziosi reperti e alla denuncia dei responsabili del traffico illegale.
Roma – I militari del Nucleo carabinieri Tutela Patrimonio Culturale (TPC) di Roma, supportati dai colleghi dei Nuclei TPC di Venezia, Udine, Monza e Bologna e dai Comandi provinciali dell’Arma territoriale di Verona, Rovigo, Mantova e Rimini, hanno dato esecuzione a otto decreti di perquisizione nei confronti di altrettanti soggetti ritenuti responsabili, a vario titolo, di furto e ricettazione di beni culturali (artt. 518-bis e 518-quater c.p.) e di ricerche archeologiche non autorizzate (art. 175 D.Lgs. 42/2004).
Le perquisizioni costituiscono l’atto finale di un’articolata attività di indagine, coordinata dalla Procura della Repubblica di Verona, finalizzata a disarticolare una fitta rete criminale dedita al traffico illecito di reperti archeologici e numismatici.
L’impianto investigativo è scaturito nel marzo 2026 dal costante monitoraggio web svolto dai carabinieri del TPC di Roma, i quali avevano riscontrato l’attività anomala di un utente su una nota piattaforma di vendita online.
L’indagato, creando inserzioni con diciture generiche per mascherare le transazioni illecite, riusciva a spedire in totale anonimato lotti di monete antiche appena scavate, aggirando le normative vigenti e servendo acquirenti sia italiani che stranieri.
La svolta decisiva per mappare l’intero sodalizio risale allo scorso 15 giugno 2026, quando la perquisizione del Nucleo TPC presso l’abitazione dell’utente ha consentito il rinvenimento e il sequestro di vari reperti archeologici ed attrezzature tecniche da scavo.
I successivi accertamenti hanno provato l’esistenza di una vera e propria rete criminale collegata all’indagato, caratterizzata da un modus operandi ben strutturato con ruoli specifici: dai “tombaroli” (esecutori materiali degli scavi) fino agli intermediari e ai ricettatori finali.
La fase di scavo clandestino, concentrata tra il veronese, il mantovano e l’asta del Canal Bianco nel rodigino, era preceduta da un’attenta pianificazione.
I membri dell’organizzazione studiavano volumi storici specializzati e incrociavano coordinate GPS per individuare antichi siti non ancora vincolati. Le battute notturne venivano condotte con sofisticati metal detector e strumentazioni da scavo, avvalendosi della collaborazione di “basisti” locali incaricati di segnalare i terreni agricoli appena arati (condizione ideale per la ricerca) e di indicare le zone “cieche” per eludere i controlli delle forze dell’ordine.
Accanto al canale di smistamento online, le indagini hanno individuato un ulteriore canale sul mercato numismatico locale. I reperti venivano infatti conferiti presso un compiacente esercizio commerciale del mantovano, che fungeva da canale privilegiato per la stima, lo stoccaggio e la monetizzazione del materiale illecito, dissimulandone la provenienza delittuosa.
L’intera operazione ha consentito il recupero dei seguenti beni di rilevante interesse archeologico:
- 400 tessere musive, riconducibili a pavimentazione in mosaico di età romana;
- 311 monete antiche in metallo di varia natura e dimensione;
- 1 scultura in bronzo raffigurante la divinità maschile di Giove;
- 489 reperti archeologici in metallo e materiale fittile tra cui fibule, borchie, anelli e frammenti ceramici;
- 30 selci lavorate di interesse archeologico;
- 5 metal detector, 3 pin pointer e arnesi da scavo.



