Antagonisti in piazza contro lo sgombero dell’Askatasuna e a fianco della Palestina: le forze dell’ordine temono nuove guerriglie urbane nel centro cittadino.
Torino – Si preannuncia un clima decisamente infuocato a Torino, dove la rabbia della galassia antagonista promette di riaccendere le strade della città. A ventiquattr’ore dalle misure cautelari scattate per i disordini del 31 gennaio scorso, esplosi proprio in risposta allo sgombero dello storico centro sociale Askatasuna, la piazza torna a riempirsi.
L’appuntamento è stato fissato per il primo pomeriggio in piazza Castello, punto di partenza del corteo regionale “La fine del genocidio è la fine del sionismo”. Un appello, lanciato dall’organismo Torino per Gaza in contemporanea con lo svolgimento della fiera letteraria “Portici di Carta”, che ha incassato l’adesione compatta di un vasto fronte composto da sezioni ANPI, comitati No Tav, sigle sindacali e collettivi studenteschi mobilitati da tutta la regione.
La macchina della sicurezza lavora in uno stato di massima allerta per gestire una marea umana stimata in diverse migliaia di persone. Il percorso snoderà il serpentone dei manifestanti fin sotto le finestre dell’Askatasuna, per poi attraversare Rondò Rivella, corso Palermo, corso Giulio Cesare e fare tappa nei pressi di Palazzo Civico e Porta Palazzo. A preoccupare la Questura sono soprattutto i precedenti e la memoria ancora fresca della devastazione dell’anno passato, quando le frange più estreme trasformarono via Po in una trincea spazzando via le bancarelle dei libri. Un quadro ulteriormente complicato dalle scintille degli ultimi giorni, con i carica-e-rispondi avvenuti nei pressi del Campus Einaudi tra agenti e duecento giovani in marcia.
Per scongiurare il peggio, l’ordinanza firmata dal prefetto Donato Cafagna impone la linea dura: stop alla somministrazione e vendita di lattine o bottiglie di vetro lungo l’intero tragitto, tolleranza zero per chi sfilerà a viso coperto e divieto assoluto di introdurre materiale pirotecnico, fumogeni o petardi. Il tutto mentre esplode la polemica politica sulle sorti dell’immobile occupato: se da una parte si contano i costi di sorveglianza che hanno ormai scavalcato la soglia dei sette milioni di euro, spingendo molti a chiedere conto delle spese all’amministrazione, dall’altra la giunta comunale prosegue nel tentativo di traghettare la struttura verso una riconversione in uno spazio sociale legale e integrato nella vita del quartiere.



