La catastrofe che spazzò via Longarone, rivelando il prezzo drammatico dell’irresponsabilità umana.
Longarone – Il 9 ottobre 1963, alle 22.39, una gigantesca massa rocciosa di circa 270 milioni di metri cubi si staccò dal monte Toc e sprofondò nel bacino artificiale della diga del Vajont. L’impatto violentissimo generò un’enorme ondata d’acqua che scavalcò lo sbarramento idraulico, abbattendosi con furia inaudita sul fondovalle. In pochissimi minuti, il comune di Longarone e le frazioni limitrofe vennero letteralmente rasati al suolo, provocando la morte di quasi duemila persone.
Tra le storie spezzate da quella tragica notte figurano anche quelle dei carabinieri della stazione di Longarone, caduti insieme ai loro familiari nell’adempimento del dovere, mentre nelle ore successive militari e soccorritori giunti sul posto scavarono per giorni a mani nude tra fango e detriti alla disperata ricerca di superstiti.
La tragedia non fu un’imprevedibile calamità naturale, bensì il drammatico epilogo di una catena di errori umani, superficialità e valutazioni economiche anteposte alla sicurezza della popolazione. Il monte Toc era un rilievo geologicamente instabile, caratterizzato da uno strato di marne argillose che fungeva da scivolo naturale verso il lago idroelettrico sottostante e formato in gran parte da una paleofrana preistorica in equilibrio precario. Il progressivo riempimento e svuotamento dell’invaso guidato dalla SADE, necessario per completare le fasi di collaudo e cedere l’impianto all’ENEL, impregnò d’acqua il terreno d’argilla, annullando l’attrito della roccia e provocando la spaccatura del versante. Nonostante i precisi allarmi lanciati da geologi ed esperti – tra cui le relazioni di Edoardo Semenza e Leopold Müller – e le continue scosse sismiche registrate nella zona, la dirigenza aziendale volle accelerare i tempi e sottovalutò i rischi, fidandosi di simulazioni in scala che ipotizzavano uno scivolamento lento della montagna.

La battaglia per la verità vide in prima linea la giornalista Tina Merlin, che attraverso le pagine dell’Unità denunciò a lungo l’imminente pericolo, affrontando persino procedimenti giudiziari per procurato allarme, prima di venire tristemente smentita dai fatti. L’iter processuale, iniziato dopo la tragedia e trasferito per motivi di ordine pubblico dal tribunale di Belluno a quello de L’Aquila, smontò la tesi del disastro naturale imponderabile.
La Corte di Cassazione nel marzo 1971 confermò in via definitiva le condanne per disastro colposo di frana e di inondazione a carico dei principali responsabili tecnici, tra cui il direttore generale della SADE e l’ingegnere del Ministero dei Lavori Pubblici, accertando che la catastrofe era ampiamente prevedibile ed evitabile. A distanza di decenni, il ricordo delle vittime e del sacrificio dei soccorritori resta una pagina dolorosa della memoria nazionale e una lezione fondamentale sulla responsabilità dell’uomo e della tecnica nei confronti della natura.



