Delitto Macchi, Stefano Binda risarcito con 212mila euro

La Corte d’Appello di Milano ha riconosciuto per la terza volta l’indennizzo per ingiusta detenzione all’uomo assolto in via definitiva per l’omicidio della studentessa uccisa nel 1987.

Milano – Assolto due volte, con formula piena in appello e poi in via definitiva in Cassazione, Stefano Binda continua però a scontrarsi con un fronte giudiziario parallelo, quello del risarcimento per i tre anni e mezzo di carcere ingiustamente scontati tra il 2016 e il 2019. La Corte d’Appello di Milano, con un’ordinanza depositata nelle scorse ore, gli ha riconosciuto 212mila euro, la stessa cifra già stabilita nel settembre 2024: il 70% dei 313mila euro individuati in un primo provvedimento del 2022, poi dimezzato per effetto di una “colpa lieve” attribuita dai giudici alla sua condotta processuale.

È la terza volta che i giudici milanesi si pronunciano sulla stessa richiesta, dopo che la Cassazione aveva annullato per due volte, su ricorso della Procura generale, le decisioni precedenti; se la Procura dovesse impugnare anche questa, la vicenda tornerebbe per la terza volta davanti alla Suprema Corte. A darne notizia è stata l’avvocata di Binda, Patrizia Esposito.

Quella “colpa lieve” affonda le radici in un’accusa che la Procura generale ha ribadito in ogni grado del contenzioso sull’indennizzo: con i suoi silenzi e una condotta ritenuta “fortemente equivoca” negli interrogatori, Binda avrebbe contribuito lui stesso all’errore che ne dispose la carcerazione, perdendo così il diritto a un risarcimento pieno. Una ricostruzione che la difesa ha sempre respinto, sottolineando che l’uomo aveva fin da subito dichiarato di trovarsi in vacanza nei giorni del delitto, circostanza poi confermata da diversi testimoni, e negando qualunque comportamento omissivo durante le indagini o il processo.

Stefano Binda

Per capire quanto sia stato tortuoso il percorso che ha portato fino a questo indennizzo bisogna tornare alla sera del 5 gennaio 1987, quando Lidia Macchi, ventunenne, studentessa di Giurisprudenza molto attiva nel mondo cattolico di Comunione e Liberazione, chiese al padre di poter prendere la Panda bianca di famiglia per andare a trovare un’amica ricoverata all’ospedale di Cittiglio. Avrebbe dovuto essere di ritorno per cena; un’infermiera la vide lasciare l’ospedale verso le venti e trenta, ma da quel momento nessuno la vide più viva. Il corpo fu ritrovato il giorno dopo accanto alla sua auto, abbandonata in una strada sterrata nei pressi di un cementificio, in una zona nota come ritrovo per prostitute ed emarginati: ventinove coltellate, dieci alla schiena e diciannove tra petto e collo, avevano straziato la ragazza, che portava ancora addosso i vestiti con cui era uscita di casa e le diecimila lire che il padre le aveva dato per la benzina.

Il luogo del ritrovamento del cadavere

Per gli inquirenti, il rapporto sessuale di cui la giovane recava i segni non poteva che essere frutto di violenza, data la fede profonda con cui viveva la propria vita. Nella sua borsa, ritrovata accanto al cadavere, furono trovati due elementi che avrebbero segnato l’intera indagine: la copia di una poesia di Cesare Pavese, “Verrà la morte e avrà i tuoi occhi”, e un biglietto scritto dalla stessa Lidia su un amore mai vissuto fino in fondo. Pochi giorni dopo, poco prima del funerale, alla famiglia arrivò anche una lettera anonima, una poesia dal titolo “In morte di un’amica”, che il padre e gli investigatori ritennero potesse essere stata scritta solo dall’assassino.

Le indagini di quegli anni si persero tra piste smentite una dopo l’altra: un molestatore visto aggirarsi nel parcheggio dell’ospedale, un sacerdote della zona che fornì un alibi rivelatosi falso, campioni biologici spediti fino in Inghilterra e per l’epoca pionieristici, un appello televisivo condotto da Enzo Tortora perché l’intera cittadinanza di Varese si sottoponesse volontariamente al test del Dna. Nel 2011 il caso tornò alla ribalta con il nome di un artigiano pugliese che minacciava le figlie citando proprio l’omicidio di Lidia, ma anche in quel caso gli accertamenti genetici esclusero ogni coinvolgimento. Fu solo nel 2015, quasi trent’anni dopo, che un’ex compagna di liceo di Binda riconobbe in una trasmissione televisiva la grafia della lettera “In morte di un’amica” e la attribuì a lui, portando al suo arresto il 15 gennaio 2016. L’arma del delitto non è mai stata ritrovata.

Stefano Binda

Sulla base di quella perizia grafologica e di alcuni appunti trovati in casa sua, ritenuti compatibili con i simboli della lettera, la Corte d’Assise di Varese condannò Binda all’ergastolo il 24 aprile 2018, nonostante l’assenza di una prova genetica diretta a suo carico. In appello il quadro si ribaltò: il confronto tra le consulenze grafologiche rivelò che gli esperti erano stati tratti in inganno dallo stampatello utilizzato nella missiva, e il 24 luglio 2019 i giudici di Milano lo assolsero con formula piena, anche perché il Dna estratto dalle tracce disponibili non era il suo. La Cassazione confermò l’assoluzione definitiva nel gennaio 2021.

A distanza di trentasette anni dall’omicidio, mentre la giustizia continua a discutere quanto lo Stato debba a Stefano Binda per l’errore commesso nei suoi confronti, il nome del vero responsabile della morte di Lidia Macchi resta un interrogativo senza risposta.